Questo è il wine blog di Stefano Il Nero, un contenitore indipendente, indisponente ed insufficiente di impressioni sul vino
ed il suo mondo.
Al centro il gusto, la tradizione, il territorio.

martedì 17 febbraio 2009

QUINTA DE LA ROSA PORT 1999 LBV


Non sappiamo ancora se il vino Porto deve la sua celebrità alla risolutezza di una nutrita schiera di mercanti inglesi del '600 che, approdati ad Oporto, decidevano con tenacia di risalire il fiume della valle del Duoro, nel nord del Portogallo, in cerca di nettare d'uva prelibato e soprattutto anti-francese, alla mano di un monaco che allungava il vino del Duoro con acquavite o alla fantasia smisurata che un grande vino come questo sa risvegliare nella mente di musici in vena di nuove leggende da regalare alla già leggendaria storia del Portogallo.
"Siediti un attimo che ne parliamo con calma". E'stato dicendo così ad amico che ho scoperto qualche sera fa di avere in un cantuccio la delizia di Quinta De La Rosa: Port LBV 1999.
E' sceso nel bicchiere con il suo colore rubino tendente al viola senza le movenze della grande densità, mentre scivolava rilasciava subito intensi i pungoli dell'alcol e forti le essenza della frutta rossa che mi ricordavano i segni tipici di altro celebre vino: uno scapà a caso della Valpolicella. E' arrivato al palato dimostrandosi abbastanza equilibrato, dolce ma non dolciastro, un piglio di alcol in più rispetto all'atteso, vino non complesso ma elegante il nostro Quinta De La Rosa, non ricorda navi corsare ma più lo scivolare del fiume nella valle del Duoro verso la città del mare.
Vino leggero di tannini e non eccessivamente liquoroso, l'aspettativa data all'olfatto non trova il pieno riscontro all'assaggio, la discesa è,forse proprio per questo, morbida e delicata.
Quinta De La Rosa ci introduce così nel mondo del Port, il vino portoghese che ha nella fortificazione, ovvero il processo di aggiunta di acquavite durante la fermentazione, la sua caratteristica principale. La fortificazione conferisce al Port la sua straordinaria dolcezza e fragranza ed anche il grado alcolico molto alto (fra i 15 ed i 22 dicono i "disciplinari" portoghesi). Le varietà di Port sono molte (fino a 8 i tipi di uve in potenziale mix), il nostro Quinta della Rosa segna 21 gradi di volume alcolico e viene completamente prodotto con prevalenza di uva Touriga nacional e francesa nella zona del Duoro senza scendere a Oporto per l'affinamento come vuole la tradizione (o la leggenda chissà).
E' un LBV , un "Late Bottled Vintage" ovvero uve della stessa annata maturate in botte da 4 a 6 anni, quindi filtrato e affinato in bottiglia. I LBV vanno distinti, fra le tante varietà, almeno dai TAWNY PORT, prestigiosi mix di uve di diverse annate che invecchiano 10/20/30 anni a seconda del risultato che il fazendeiro vuole ottenere e ....della pazienza che ha.
Vino da meditazione ? No, non solo,...vino da .... una chicchiera con un po' di jazz, si eccoci, è un vino da... "atmosfera".

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venerdì 13 febbraio 2009

PICOLIT : STORIE ANTIGHE


Il mio carissimo amico Siro, giramondo per lavoro ma anche per scelta, mi invia la bellissima storia che gli ha raccontato un stravieli furlan e ci da l'occasione per parlare di Picolit. Grazie Siro. Scoltè ca.

"Qualche anno fa, andando a prendere del vino da un piccolo produttore nel cuore dei "Colli", ebbi il grande privilegio di ascoltare un anziano signore del posto che, seduti all’interno della sua piccola cantina davanti ad un bicchiere di buon vino, mi raccontò una storia molto affascinante sulle origini del Picolit. La regione dei Colli Orientali del Friuli è tra le altre cose una zona ad alta densità ornitologica ed i viticoltori locali combattevano quotidianamente contro gli uccelli che decimavano le loro pregiate uve; venne così l’idea di piantare, alternate alle viti “buone” un’uva dolce non adatta alla vinificazione, ma che gli uccelli preferivano di gran lunga alle uve tocai. Ciò che rimaneva di quest’uva, lasciata appassire sulle viti fino a novembre, veniva poi raccolto e schiacciato, acino per acino, mettendolo sul palmo della mano usando il pollice dell’altra. Ne usciva un vino leggermente passito e dolce al quale si dava scarsissimo valore: il picolit appunto.Un vino, mi disse questo anziano signore regalandomene una bottiglia in segno di amicizia, che lui si godeva un sorso la sera da solo, seduto fuori sull’aia, guardando la sua vite e la sua terra illuminata dalla luna."

Il Picolit appartiene alla storia del Friuli più di ogni altro vino. Di questo vitigno autoctono a bacca bianca posto per poche decine di ettari nella zona dei Colli Orientali del Friuli la storia se ne ricorda fin dall'epoca Romana ma è nell'ottocento che lo ritroviamo come vino di grandissimo prestigio : un vino di Re e Regine presente in tutte le Corti d'Europa.
E' il 2006 il primo anno di uscita con il Disciplinare di Produzione in DOCG, un disciplinare molto rigido che lo vuole al consumo almeno a 15 % di volume alcol minimo (16 per la sottozona Cialla) acidità minima a 4 g/l, non più di 4 tonnellate per ettaro la produzione delle uve con resa non superiore uva in vino al 55% e 22 ettolitri per ettaro (in verità è molto più bassa). Per il Disciplinare le sue uve devono essere presenti almeno al 85% e nel restante 15 solo uve dei "Colli" ma non Traminer!
Tipicamente giallo intenso, fruttato, decisamente dolce e persistente, raccomandato dai grandi intenditori a 12°C, il Picolit è unico come vino da meditazione; esattamente come lo raccontava l'anziano amico di Siro, un vino baciato dalla luna quando questa illumina la bellissime terre del Friul.
Vin e amis, un paradis. Mandi

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mercoledì 11 febbraio 2009

IL NICK SENZA SALE E SENZA STILE


Mauro è un bravo ragazzo padovano, non ha ancora trent'anni e sa il fatto suo in fatto di rugby. Ha fatto parecchia carriera visto che dalle ottime giovanili del Petrarca è arrivato, insieme al fratello Mirco, allo Stade Francais, stella del rugby transalpino.
Mauro dal '98 milita nella Nazionale Italiana di rugby,il suo ruolo nella squadra è il flanker,nella terza linea. Tutto questo fino a Sabato 7 febbraio 2009.
NIck Mallet è il coach della Nazionale Italiana di rugby , un sudafricano rugbisticamente pluri-decorato, un uomo che ama avere delle idee che lui pensi siano importanti.
Il Nick, dopo aver pianto per settimane lacrime di coccodrillo sulla mancanza, di giocatori adatti allo svolgimento del ruolo del "mediano di mischia" nella sua Nazionale ha comunicato al mondo che quel ruolo li, si proprio quello li, in occasione dell'esordio nel Torneo del Sei Nazioni lo avrebbe svolto il nostro Mauro che di solito in campo fa ben altro.
Il risultato (ben documentato qui) ha visto il
Mauro, come ampiamente prevedibile, inanellare una serie di errori da manuale che hanno di fatto regalato la partita agli avversari inglesi, ad aggravare la cosa la prestazione complessiva della squadra italiana è stata a dir poco imbarazzante.
Tutto il mondo rugbistico ha protestato contro il Nick Mallet sia per la scelta che di tecnico nulla aveva sia per aver esposto uno dei nostri campioni più seri ad una figuraccia che ha fatto storia nella storia del rugby ,ma soprattutto hanno protestato i nostri avversari decisamenti insoddisfatti di aver vinto con una squadra schierata in manifesta inferiorità tecnica (potere dello stile del rugby).
Fin qui possiamo parlare di una scelta stupida fatta da un sudafricano malato di jet lag o di un esempio di imparatus et insulsus o di un attacco improvviso di sindrome di Korsakoff. Una questione di senza sale insomma.
Il Nick però ha chiosato la sua già insipida prestazione dichiarando nel post partita al mondo rugbistico "il ragazzo (ovvero il Mauro) non è ancora pronto per quel ruolo". Un esempio di lucida mala gratia.
Nick Mallet sicuramente non ricorda che Oscar Wilde diceva "Solo i maestri di stile riescono a passare inosservati", altrimenti capirebbe bene perchè, in questi giorni, tutti continuano insistentemente a parlare (male) di lui.

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giovedì 5 febbraio 2009

"'S'IO FOSSI VINO" - IL CONCORSO LETTERARIO


Nell'area BLOG TO BLOG qui sotto trovate i blog che io seguo con maggior interesse; fra questi Divinando si distingue per la sua armonia e la sua sregolatezza, o almeno io lo trovo così.
Divinando, a mezzo della sua autorevole conduttrice Silvia Cerreto Guidi, ha aperto le porte il 22 gennaio alla Terza Edizione del suo Concorso letterario "S'io fossi vino...", il titolo riprende l'incipit dei versi del giocoliere del quattrocento Cecco Angiolieri e la sua celebre "S'io fossi foco..." ma i risultati sono decisamente di maggior gradevolezza.
Se avete passione per penna e calamaio cimentatevi, le istruzioni per l'uso le trovate qui.
Il concorso è intestato alla cinqucentesca Villa Petriolo della quale io ho sempre avuto un ottimo ricordo di Chianti ma da ora in poi starò più attento anche alla letteratura.

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martedì 3 febbraio 2009

LASCIA O RADDOPPIA


Di lasciare non se ne parla neanche...qui il problema è il raddoppio !! Quale delle due sia la cosa meno intelligente non ci vorrà molto a saperlo, quando gli effetti effluvei della Anteprima Amarone 2005 saranno svaniti e si tornerà ad assaggiarlo sulle tavole o nelle "banali" verticali allora capiremo il "raddoppio". Di chi si parla ? Ma delle dichiarazioni del Presidente del Consorzio Valpolicella sul futuro dell'Amarone:
" l'Amarone Doc viaggia controcorrente, forte degli 8,5 milioni di bottiglie vendute nel 2008. Con investimenti su nuovi terreni (rinnovato il 36% negli ultimi 7 anni) e ammodernamento cantine punta a raddoppiare la produzione in quattro anni, fino a 16 milioni di bottiglie che troveranno mercato in nuovi Paesi all'estero dove, per la prima volta, verrà dal 2010 organizzato l'evento 'Anteprima Amarone'..................Le aziende che producono Amarone sono 168. In Valpolicella gli ettari vitati sono 6.022, +200 rispetto all'anno scorso, con 90 milioni di euro di valore delle uve, stabile, e 205 milioni di fatturato globale dei vini" (ansa.it per newsfood.com)
Io non penso alla opportunità di negare al mondo intero la possibilità di gustare un sorso di Amarone, sono personcina difficile ma di cuore; io resto convinto che molti non si meritino nulla oltre un buon Franc ma la generosità e la franchezza del Consorzio Valpolicella sono preoccupanti.
Preoccupanti ma realistiche, il mondo funziona così, indietro non si torna, ma c'è modo e modo di andare avanti.
Quindi, posto ci sia spazio in Valpolicella per 16 milioni di bottiglie, e non mi riferisco all'ingombro del vetro, credo la necessità di suddividerne le qualità sia a questo punto indispensabile.
Qui però non si parla di citare una Riserva in più o una nuova altra frammentazione ma di individuare classificazioni che ricorrano al riconoscimento del metodo certificato di produzione su tutta la filiera per la individuazione del clou, del vertice, del "vero" contro il solo brand.
Di fronte a queste dichiarazioni quindi niente allarmismo o ritorni a istinti iper-tradizionalisti, solo una attenta suddivisione fra il "bene" ed il......"meno bene".
Esporteremo bottiglie di serie B ? Ricordiamoci che in Italia nulla è di serie B, tutto è di A1 o di A2, siamo geniali noi.
Vorrà dire che gli americani ed i russi berranno Amarone di serie A2 ? Embhè, mica ci sta bene l'Amarone con le uova di storione o con l'hamburger e patatine. Datevi pazienza. Be quiet. In russo non lo so.

PUBBLICATO DA Stefano il Nero in origine su Terroir Amarone -

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sabato 31 gennaio 2009

TERROIR AMARONE : UN SOCIAL NETWORK PER ....FARE FILO'



Nel mondo del vino ci si interroga molto spesso sulla valenza del confronto produttore/consumatore, è in questo senso che molti intendono la valorizzazione del proprio prodotto rispetto ad un mercato difficile e tenacemente tentatore in fatto di "scorciatoie".
Si moltiplicano gli spazi di advertising ma sono pochi quelli che guardano veramente al consumatore per il prodotto in se, così al consumatore arriva spesso un brand e/o una suggestione.
Da una discussione di questo tipo, che trovate dettagliata qui, un gruppo di blogger veronesi si ripromettono di "fare qualcosa"; da questo confronto e dalla esperienza professionale di Fermenti Digitali nasce quindi "Terroir Amarone" , un social network dedicato al prestigioso vino della Valpolicella.
Le intenzioni di questa brillante iniziativa, alla quale Stefano il Nero invitato ha risposto con la sua vivace adesione, sono ben spiegate da Aristide (Terroir Amarone varato il Social Network) e cito sinteticamente: "mettere in evidenza i tanti vignaioli che lavorano le proprie uve su terreni vocati..... aprire un luogo di confronto e di scambio di informazioni tra chi produce e chi consuma....."
Terroir Amarone è in questo senso una idea che non ha solo una valenza enologica ma anche un ottimo spessore culturale; è un modo per fare incontrare consumatore e produttore attraverso le nuove tecnologie legate ad internet e, attraverso la rete, far crescere il prodotto coerentemente con la sua storia e la sua tradizione.
Io credo che il bello di questa iniziativa è che tutte queste cose potranno nascere dal "fare filò"..... on line. Fare filò, una delle più belle tradizioni contadine, ora riprodotta sulla rete per parlare di Amarone: un modo nuovo di coltivare quella che per tutti, produttori e consumatori, è prima di ogni altra cosa una passione vera.

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martedì 27 gennaio 2009

NAZIONALE RUGBY : FRATELLI D'ITALIA !?


Il massimo campionato, il Super10, va in soffitta fino al 28 marzo, sul suolo della nostrana palla ovale si combatterà solo una scialbetta Coppa Italia mentre sul sacro quadro televisivo passerà irrefrenabile uno dei più bei tornei della storia del rugby:il Sei Nazioni.
Le Nazioni sono sei da una decina d'anni ovvero da quando, dopo test match massacranti e svariate altre opzioni meno agonistiche, la nostra nazionale fu ammessa alla sua partecipazione accanto al gotha europeo del rugby: Inghilterra, Galles, Irlanda, Scozia, Francia.
In questi giorni si è riunita la nazionale tricolore alla Borghesiana a Roma per iniziare gli allenamenti in vista del massacrante calendario del Six Nations 2009.
Eccoli radunati allora: Andrea Marcato accanto a Salvatore Perugini, Gilberto Pavan e Matteo Pratichetti e poi...Luke McLean, Jean Francois Montauriol, Matias Aguero, Kaine Robertson, Josh Sole e via con un fiorire di Gonzalo, Pablo, Martin, Carlos. I cognomi di questi ultimi ricordano le nostre regioni che hanno dato molti figli alla emigrazione ma i nomi ci dicono che papà non pensava propriamente di tornare a "casa".
Prima due numeri : quindici su trenta dei convocati non giocano in Italia e una dozzina su trenta sono "oriundi" o "naturalizzati".
Ora due considerazioni. Alcuni dicono che l'importazione di talenti non provenienti dal nostro rugby nostrano impoverisce il nostro movimento rugbistico e accusano la ambiziosa Federazione Rugby tricolore di puntare più a fare immagine e cassa che crescita e evoluzione del proprio vivaio. Fosse così bisognerebbe avvertire il Presidente Dondi che, come diciamo noi appassionati, "per il peggio c'è già il calcio". Discorso lungo, oggi mi fermo qui.
La seconda considerazione è conclusiva. Non si può negare esista un pezzo di Italia in giro per il mondo, spesso questo pezzo ramingo è capace più di molti italiani residenti di sentirsi tale. Vi sono inoltre i giocatori che chiedono la naturalizzazione sportiva (e non solo sportiva) in Italia, essi scelgono spesso il nostro paese come luogo dove vivere e crescere, fare famiglia; molti giocano nelle nostre società italiane: hanno tutti i titoli per rappresentare il nostro movimento rugbistico. Ma rimane la domanda, qual'è il limite? Esiste un limite etico? Un limite sportivo? Il limite è "basta vincere qualcosa giochi chiunque?". Godetevi il dilemma ed insieme a "lui" anche i nostri Gonzalo e Luke urlare il nostro inno insieme ad Andrea e Salvatore. Parte il Sei Nazioni, speriamo bene per i nostri Fratelli d'Italia.

P.S. Tengo parenti in Brasile esattamente a San Paolo, non li ho mai visti ma tanto basta per avvertire Kaka che il suo posto in Selecao è fortemente in pericolo.

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lunedì 19 gennaio 2009

PER IL VINO ITALIANO OBAMA PUO' ASPETTARE

Barboursville Vineyards, è questo il nome della tenuta dal quale arrivano i due prestigiosi vini che accompagnano la Cena di Gala per l'insediamento del nuovo Presidente Barack Obama. Fino a qui nulla di strano se non fosse che la cantina in questione, situata in Virginia (USA), è di proprietà della famiglia Zonin.
Octagon ottava edizione 2005 il vino prescelto che ha, giustamente, inorgoglito l'azienda Zonin alla quale nemmeno io risparmio le mie più sincere congratulazioni.
I media nazionali si sono avviluppati sul legittimo lancio di marketing con articolisti ed articoli lanciati nel motto "Obama, brindisi made in italy" o "si beve italiano" e via così.
Poche ore prima in uno scantinato illustre presso la cantina Gaja in quel del Barbaresco il cortese Angelo Gaja intratteneva una ventina di wine blogger ed aficionados del vino (ottimo il report on line di Antonio Tombolini) sul tema consunto del Brunello di Montalcino la cui messa in commercio non propriamente cristallina (fraudolenta ?) di una quantità enormemente imprecisata quanto enormemente alta di vino denominato "Brunello" ha determinato per ora non la giusta punizione di qualcuno ma la richiesta di sostanziali modifiche del Disciplinare di Produzione del noto Sangiovense di Montalcino.
Lo specchio di due Italie, nessuna delle due però è quella vera.
Una piace per il suo impegno (Barboursville è una tenuta Zonin dal 1976) ed anche per la sua intelligenza nel curare il marketing (l'Octagon è di fatto un prodotto USA) sull'altra possiamo solo sperare: buona fortuna Brunello, pensare che tu si, tu sei davvero Made in Italy.

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martedì 13 gennaio 2009

TEROLDEGO VS RUGBY


Domenica 11 gennaio è stata giornata di Super10 (il massimo campionato di rugby, lo dico per i “vinologi” non appassionati di codesto sport) e in calendario c'era la super partita fra Rovigo e Petrarca Rugby (Padova) per quello che tutti amano chiamare : il Derby d’Italia.
Centoquarantunesima volta che i due club si incontrano (scontrano) ed una rivalità vissuta tutte le centoquaranta volte precedenti con intensità e passione dalle tifoserie e dalle squadre al punto che i propri team manager questa partita la raccomandano quasi più dello scudetto.
Padovani siamo, di fronte all'evidenza del derby ci muoviamo da bravi amiconi verso la vicina città polesana e, come spesso capita in queste non frequenti occasioni, organizziamo anche la sosta pranzo in opportuna trattoria precedentemente selezionata con, confesso, ingiustificato scetticismo. Per il gusto della tavola ordiniamo una cosa leggera ma comunque carne rossa ed allora chiamiamo con noi un sicuro amico: Teroldego grazie !
Poi ci guardiamo : ma perché Teroldego ?
Fra Mezzolombardo e Mezzocorona, in Trentino, la piana rotaliana (Campo Rotaliano), così si chiama e da questo il nome di Teroldego Rotaliano, ci regala una serie di vigneti di cui si hanno le prime notizie già negli ultimi anni del ‘400 e la leggenda dice che le sue vigne siano germogliate dal sangue di un drago ucciso da un temerario cavaliere.
Primo DOC del Trentino (dal 1971), vitigno autoctono, è il vino più rappresentativo della provincia di Trento ed anche il più amato a chi piace incrociare buone ma non esagerate gradazioni (dagli 11,5 gradi in su è detto “Superiore”e servono 24 mesi di invecchiamento per la denominazione "Riserva"), basso tannino con sapori fruttati di lampone e colore rosso rubino intenso. In generale questo è il Teroldego da disciplinare (gli aficionados del rugby a digiuno di cultura enologica ci diano una occhiata). Un vino sincero…ecco la risposta .…e poi c’è stata la partita.
Il rugby è un gioco di squadra e vince la squadra dove giocano tutti: i rossoblu rodigini lo hanno fatto ed hanno vinto sul campo (sigh).
Epilogo della trasferta, conclusasi comunque nella consueta armonia rugbistica, la notizia che i petrarchini faranno ricorso contro una decisione arbitrale errata e tenteranno di ottenere la ripetizione della partita. Ma gli errori degli arbitri, specie quello contestato, non facevano parte del gioco? Nella moderna società iper-consumistica anche lo sport vuole la sua nelle aule di giustizia ed ora anche nel rugby appare il sedicesimo uomo : l’avvocato.
Cari amici petrarchini le partite per vincerle a volte basta giocarle e questo non cambierà anche se doveste veramente chiedere ed ottenere cotanta ripetizione.
Partita non sincera a differenza dello schietto Teroldego servito a tavola, :non sincera la squadra petrarchina in campo, non sincero forse nemmeno il risultato. Domenica 11 gennaio : Teroldego batte Rugby uno a zero.

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giovedì 8 gennaio 2009

SANTO STEFANO RUGGERI DOC, HAI TOCCATO !


Non erano mani esperte del mondo del vino quelle che poche sere fa mi hanno allungato il Santo Stefano del Ruggeri, credo che l'amico che ha avuto questo pensiero per me quando mi ha detto "beviamocela insieme" pensasse più ad una cortesia che alla possibilità che mi potesse interessare fino al punto di scriverne.
Ironia della sorte il primo vino di cui scrivo qui è...... si chiama Stefano e qui c'è poco da spiegare, si tratta di bollicine materia alla quale io sono ben poco affezionato, me lo ha portato uno scettico del bere, aggiungo che si tratta di prosecco altra materia alla quale non presto di solito troppa attenzione...ma...perdinci ...è stato bello trovarsi. Diciamolo !
Il clima freddo esterno ha favorito il suo ingresso in tavola alla naturale temperatura di circa 6/7 ° e fino a qui possiamo anche dire che la fortuna aiuta gli audaci.
Il santo Stefano è arrivato per accompagnare i primi dolci cremosi che annunciano il carnevale e si pensava questi ultimi prendessero il sopravvento nelle nostre fantasiose celebrazioni del gusto ma ha vinto lui.
Non credo fosse perchè avevamo voglia di dissertar di prosecco, in quanti lo fanno ancora con tanta passione? Rispetto a questo punto si mettano una mano sul cuore (ed una sulla coscienza) le cantine del celebre vino trevigiano: ne troviamo troppo in giro per aver voglia di pensare che è tutto proprio ...insomma veramente...a volte lo assaggi e pare...mha. Andiamo avanti.
Dicevamo del Santo Stefano di Ruggeri. Non esageratamente fruttati i primi profumi, dietro i suoi 11 gradi si fa trovare rotondo morbido e armonioso all'ingresso, perlage sottilissimo come se si preoccupasse di disturbare ed un equilibrio spesso sconosciuto alla varietà in questione. Molto più fruttato ma non esagerato il suo finale.
Una cosa semplice e delicata, elegante ma non sontuosa, sul Santo Stefano è impossibile meditarci sopra ma anche difficile non ricordarlo.
Serata interessante e per questa volta la cucina pasticcera ha dovuto piegarsi all'arte del vinaio di Valdobbiadene e provo per quanto accaduto un sottile piacere, ma non so il perchè.
Costo della bottiglia? Non lo so, pareva maleducato chiederlo, alla fine è solo una serata fra amici.

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