Questo è il wine blog di Stefano Il Nero, un contenitore indipendente, indisponente ed insufficiente di impressioni sul vino
ed il suo mondo.
Al centro il gusto, la tradizione, il territorio.

lunedì 5 aprile 2010

DAL POMINO ROSSO 2004 DOC MARCHESE DI FRESCOBALDI.....FINO ALLE FORESTE CASENTINESI


Continua la mia saga alla rincorsa del Pinot Nero. Dopo tanta nordicità scendiamo in Toscana. Fra i 5000 ettari del Marchese di Frescobaldi e fra le nove tenute toscane della nobile casata se ne sa di una che ne racchiude la vitignità internazionale.
Sono stato poco piu di un mese fa in gita ammirata fra le montagne del Parco delle foreste Casentinesi, Falterona e Campigna. Posto incantevole.
Alle pendici del Parco c’è il Castello di Pomino dove trovate Chardonnay, Pinot bianco e grigio, Cabernet Sauvignon ed appunto, fra i 1500 ettari della tenuta lunghi filari di Pinot Nero, del Marchese di Frescobaldi appunto ed anche il Pomino Rosso 2004 DOC del Castello di Pomino Marchese di Frescobaldi.
Ho ancora negli occhi quel Parco
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Dalla Toscana ecco allora un vino che del Pinot Nero ne è parte, non esclusiva però, il Pomino racchiude in se tre gemme: pinot nero, sangiovese ed un tocco di merlot. Tutte dal Castello.
Il pre-trip delle foreste mi ha fatto trovare quindi“esportare”ed oggi assaggiare questo Pomino Rosso.
Il sopracitato Marchese produce vino da 30 generazioni, i tempi passano ed il nobile marchio di Toscana assomiglia sempre di più ad una multinazionale con la sua mirabile sede in centro a Firenze, vicino al Ponte Vecchio; del resto i numeri son numeri e per rispettarli ci vuole anche questo, l’importante sarebbe non imbrogliarli mai.
Il Castello di Pomino è cantina da tempo dei Granduchi di Toscana ed esattamente dal 1716 marchia vini di qualità ma non i soliti blasoni di Toscana; il Pomino in questione si è meritato la sua DOC ed è stato un sottile piacere fuggire dai nomi altisonanti per versarsi appunto un Pomino Rosso. Questo 2004 arriva a noi dopo 18 mesi di barriques in rovere, interessante.
Colore rosso rubino leggermente scarico il nostro si porta in profumazione auto esaltando la sua carica di sangiovese, molta viola e qualche lampone. Alla vista denso ma non troppo si porta poi in beva una apparente non corrispondenza (arriva il pinot…)anche se giusto un attimo dopo si dimostra capace di essere mediamente allappante ed evidentemente in confidenza con tannini muscolosi.
Tocco di acidità ben lontano dalla consuetudine regionale, il grado si fa sentire ma senza stupire (13% di alcol), finale legnoso anzi di più…cuoioso. Un vino chiuso e dotato di una sua timida rudezza, non così elegante come vorrebbe, non di facile comprensione. Certo la mia impuntatura sul 100% Pinot Nero del Nord Italia non mi lascia apprezzare abbastanza questo uvaggio solido e ben studiato.
Assaggio da ritentare con portate adeguate ma niente enoteca per rintracciar la bottiglia, un viaggio al Castello è miglior cosa perché arriva la stagione giusta e quella che può essere una escursione degustativa può diventare molto di più. Fatevi un Pomino e poi mi dite ma programmate anche un giro al Parco delle Foreste Casentinesi, entrateci nel cuore, che meraviglia
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venerdì 2 aprile 2010

APPUNTAMENTI AL VININI...TALY, MAGARI ON LINE


Appuntamento al Vinitaly 2010 e, urca, aspettando il mondo blog certifichi la scadenza veronese con le consuete guide su “come entrare…. come uscire….come perdere la suocera al Vinitaly….come aprire un baracchino di pop corn…..come farsi l’amante al Vinitaly….come fare finta di esserci già stati e…last but not least…come girare dentro il Vinitaly degustando vino…. io vi appunto due cosine piccole ma significative. La “stagione” trascorsa ci ha lasciato infatti due novità sopra tutte: il web&wine (oggi mi piace chiamarlo così) ed il manifesto al vinino, ovvero il suo Elogio, redatto dal bravo Peretti e presentato dal suo Internetgourmet e da molti sostenuto, corrisposto e diffuso incluso Stefano Il Nero
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Il Manifesto del Vinino è la vera novità di questa annata ed il Vinitaly se ne è fatto in qualche modo carico. Ci ha pensato Santa Margherita ad organizzare ed ospitare presso la Sala A-Palaexpo A2 al 1° piano per sabato 10 aprile ore 11 la Degustazione-Dibattito “Bere col sorriso ovvero Elogio della piacevolezza del vino”. Si parla dei “vini da bere, che gli appassionati sul web hanno definito "vinini" per contrapposizione al concetto di “vinone” e sono la più' sincera espressione della nostra cultura e tradizione".
Il vinino è una chiara idea del web, il web che si fa wine, due mondi che si scrutano e si guardano, il Vinitaly non poteva allora fare a meno di aprire una finestra su queste due "w".
Altro irrinunciabile appuntamento è per domenica 11 ore 10.30, il Vinitaly ospita al Centrocongressi Europa Sala Vivaldi il convegno: Vino web e Social Network: opportunità e responsabilità.
Su questo appuntamento ci sono pochissime informazioni anche nelle cronache ufficiali della manifestazione veronese ad ulteriore dimostrazione della superficialità con la quale la "comunicazione tradizionale" vede e considera il mondo new media; del resto che ci dobbiamo fare ? Già...che ci dobbiamo fare ? Sapete che si dovrebbe/potrebbe fare ? Mettere on line entrambi questi eventi....questa sarebbe la cosa giusta da fare. Ehi blogger che ne dite?

Comunque sia questi sono i prossimi appuntamenti veronesi di Stefano Il Nero, benvenuti al "Vininitaly" amici del Web World Wine !!

giovedì 25 marzo 2010

LUDWIG PINOT NERO ELENA WALCH 2007 DOC : JAWOHL.


Saranno state certe tristissime ripetute esperienze passate che hanno fatto io rifugga il suolo altoatesino da moltissimi anni; quando punto decisamente verso nord varco sempre il Brennero, oltre quei valico mi hanno sempre trattato bene, indipendentemente dal fatto che parlassi una lingua o l’altra e dalla targa dell’auto. Sopravvivo da sempre bene anche senza i sudtirolesi.
Questi amiconi della schiava però sono da tempo rientrati in competizione vitivinicola e, fa bene ricordarlo, sfruttano l’onda del “Made in Italy” : roba da ridere ma meglio così.
Diversi amici mi hanno sottoposto delle ottime produzioni altoatesine, produzioni che dimostrano una sensibilità ed una ricerca appassionata, questo e quello che conta per noi ora.
Io cercavo insistentemente un certo Pinot Nero altoatesino da abbinare ad altre bevute di cui si è già parlato almeno…. unadue….volte su questo blog. Cerca e ricerca ed un giorno per caso in una enoteca….trovato: Ludwig Pinot Nero –Elena Walch 2007 DOC. Ascoltiamolo.
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Bel colore rosso intenso, mi piace la sfumatura rosso antico che lascia prima di scendere dentro una unghia cupa; arco veloce e quindi bassa densità , vino già elegante in mescita, tutt’altro che corposo. I profumi di susina che emana mi portano un attimo indietro nel tempo fra i miei appennini e mi ricordano alcune scorribande nel’orto dello zio giù nella Chiusa. Dicevo…naso di susina e paglia fresca battuta con dolcettino finale, niente di carico ma neanche di così raffinato. La beva è leggera e morbida, quasi vellutata, senza persistenza e senza immediati risvegli alcolici , almeno fino al tocco finale della discesa dove dietro la gradevole acidità ecco l’alcol in tutti i suoi 14 gradi. E’ allora che dimentichi essersi dimostrato un vino gustosetto e soffice quasi con movenze da vinino e te lo scopri ingannatore, carico e deciso nel grado anche se non al palato. Equilibrato e solo leggermente vinoso, dolcetto nell’apice della bevuta. Fategli pure gli onori, Herr Ludwig li merita.
Questo 100% pinot nasce nasce da coltivazioni su declivi a 650 mt slm, si concede una e
vinificazione con “Macerazione a freddo di 48 ore, successiva fermentazione sulle vinacce per 10 giorni in botte d’acciaio. Maturazione in 1/3 nuove, 2/3 vecchie barrique di rovere francese per una durata di 14 mesi”. Così dice la Elena Walch la quale amministra questi appezzamenti di famiglia, 30 ettari di vitato, declamando una vera passione oltre ai tre bicchieri dal Gambero 2010 (quello rosso) per il proprio Gewurztraminer. Ah la guida che cos’è!.
Una cosa più che buona il Pinot Nero dei Walch, una cosa che dice di rinnovamento operativo, questa non è schiava travestita, questo è Pinot Nero…eccome !!!
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giovedì 18 marzo 2010

L'ULTIMA SCORCIATOIA DEI FURBETTI NEL RUGBY : IL CAMPIONATO DELLE FRANCHIGE.


Brutto periodo per scrivere di rugby, per chi ama questo nostro sport ogni recente notizia crea una buona dose di sofferenza.
Ho scritto la prima volta di Celtic League quasi un anno fa, ora la realtà, esattamente dipinta come descritta in quel post, si è riproposta in via definitiva con l’ammissione alla competizione del nord europa delle due “franchige” Aironi del Po (Viadana-Parma-Colorno-Noceto-Mantova-Reggio Emilia) e la Benetton Treviso sul cui effettivo ruolo di franchigia veneta è ancora calato una aria di mistero francamente fastidiosa.
Le polemiche sono state per mesi all’ordine del giorno, movimento sportivo scompaginato? Meglio dire a pezzi.
Fra le tante polemiche prendiamo qui molto brevemente in esame la meno intelligente ovvero la necessità della strutturazione in franchige dei partecipanti al nuovo campionato nazionale 2010/2011.
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Prima di tutto prendiamo il vocabolario della lingua italiana e vediamo il significato di franchigia: “privilegio con cui veniva concessa autonomia” derivato dal francese “franc” ovvero “libero”. C’entra niente con gli scopi della proposta franchigiana, anzi il contrario.
Vediamo ora il contesto. Causa ammissione in Celtic League il campionato nazionale Super10 con la sua formula va in soffitta e lascia il posto a, cito la FIR, “….tale campionato sarà composto da dodici squadre suddivise in due gironi meritocratici di sei squadre. Le prime tre classificate di ogni girone parteciperanno alla poule scudetto. Le ultime tre classificate di ogni girone, invece, parteciperanno alla poule retrocessione…”. Questa formula è vista un po’ da tutti come un triste ripiego che difficilmente potrà creare il benché minimo interesse verso un campionato nazionale che sarà sepolto dall’interesse e dalla attrazione della avventura celtica.
Ma dove il cadavere si mostra un minimo putridino ecco arrivare le ienette di turno: invocando maggiore territorialità per il nostro sport, invocando diffusione e pubblico diverso qualcuno dice il suo basta con i “vecchi club”; l’Aquila, Petrarca, Rovigo, Treviso, Parma, tutti in soffitta anche loro. Basta con questo campanilismo, dicono loro, realizziamo un numero di franchige (8/10??) ovvero società sportive strutturate a tavolino dalla federazione che vedano la fusione fra varie squadre dello stesso territorio e che vengano disposte su tutto il patrio suolo. Una soluzione artificiale che vuol dire fare fuori i club e costruire una serie di squadre nuove sulla carta,
tutte centralizzate, inventandosi una copertura territoriale senza merito e senza storia.
L’attacco, è evidente, è più che mai contro il Veneto, fin troppo terra di rugby, e vorrebbe così, dicono puramente i franchigiani, dare spazio a “nuove aree”. Si nuove aree finte, perchè costruite sulla carta, cose fredde e calcolate, senza cuore e senza alcuna affinità storica e tanto meno radicate, altro che territorialità.
L’ideuzza viene sostenuta da un autorevole e preparato blogger del rugby, della serie tutti possono sbagliare e anche tanto, e da pochissimi altri, questi ultimi artisti del politicismo nel movimento sportivo del rugby, personaggi spesso ispirati da motivazioni di mera bottega.
E’ chiaro il mio giudizio contro queste franchige ma soprattutto a favore della territorialità profonda e radicata dei grandi Club italiani, a favore dei loro vivai che hanno bisogno di uno sbocco di maglia “in alto”, a favore di chi fa del rugby una passione del/nel territorio ed una sua bandiera contro le teorie artificiali che consegnerebbero l’intero movimento a tre quattro teste laggiù in Federazione. Vai a spiegare ai franchigiari che diminuire il numero di squadre su un territorio significa diminuire il numero di giocatori di livello in quell’ambito uccidendo il movimento ecc…. ma è inutile spiegare, su questo argomento torneremo in futuro ma per adesso fermiamoci perchè la realtà di questa proposta franchigiana forse è un’altra.
Macchè vivai e crescita del rugby, ma quale interesse all’ampliamento del movimento, la realtà è altra e per rappresentarla cito un lettore di blog, tale Giorgio XT, e uno stralcio di un suo commento pepato ma azzeccato che ho letto proprio su Rugby1823 : “Ho la netta impressione che le franchigie piacciano tanto a chi lo vede come un mezzo per arrivare dove non sarebbe mai riuscito con le sue forze”.
Punto a capo.
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mercoledì 10 marzo 2010

KILO' CABERNET DOC RISERVA 2006 : SAUVIGNON PREGIATO DI BREGANZE (VI)


Alle Cantine Beato Bartolomeo di Breganze conferiscono le uve in quasi mille soci, a me la bottiglia del loro Kilò Cabernet Doc Riserva 2006 me l’ha conferita il Paolo. Ce la siamo sorseggiata durante una deliziosa cenetta chiacchierando e scorrendo collezioni d’epoca impensabili che Paolo raccoglie e custodisce con vena artistica; segnalerò la cosa alla cara amica Bea, ricambiando così la sua recente segnalazione del Chianti del Bonfio, perchè lei di coloro che producono cotante raccolte è fine scrittrice.
Questa bottiglia del nord-vicentino, il territorio del Consorzio Tutela DOC Breganze è delimitato fra Asiago Thiene e Bassano, fa da giusto contraltare alla recente esperienza berica e concede ai vini vicentini uno spazio che qui mancava.
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Breganze è terra nota per il Vespaiolo ma soprattutto per il suo Torcolato, l’amico che invece il Paolo mi ha fatto trascinare fra gli appunti è un Cabernet Sauvignon 100% e rappresenta una preziosa selezione, meno di 4000 bottiglie annue, fra la quarantina di etichette della Beato Bartolomeo.
Il Kilò è il frutto dichiarato di un ettaro di terreno argilloso in una località in Sarcedo,le sue uve raccolte con il sistema più tradizionale possibile, godono di un appassimento di circa 20 giorni follature e circa 8 giorni di macerazione poi in botti e barrique per 15 mesi prima di arrivare alla bottiglia. Segue altro riposino e poi via, a disposizione dei fini palati.
Una Riserva degna del suo disciplinare per un vino che si presenta con 14 gradi di alcol ed un colore rosso di botte, denso e carico, un arco stretto e compiuto ma lento ed una capacità di declamare l’olfatto assolutamente percettibile e inusitatamente quasi dolce.
Il naso trova questo Kilò apertamente marascato con note pepate e sentori di legno rotondo.
Una beva decisa ed allappante, tonda e modestamente equilibrata, così come di modesta persistenza, regala i primi spunti; la punta di breve acidità sul finale è gradevole e penetrante e rompe la corposità dando un po’ del grado che è rimasto fino al momento nascosto.
L’ingresso al palato marcatamente ciliegioso copre una dolcezza complessiva compiuta con tannino robusto.
Un cabernet sauvignon non ascrivibile fra i “classici” della categoria e, per chi si dedica anche a questo tipo di assaggi, una cosa che si potrebbe arrivare a dire anche originale. Buon lavoro alla Cantina di Breganze.
Appunti finiti, torno a spulciare le preziose collezioni del mio ospite: incredibile
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sabato 6 marzo 2010

PIOVENE PORTO GODI ROSSO VENETO IGT 2008 POLVERIERA E LA STORIA DEL ...GATO MAGNA'.


Il vino si fa anche nel vicentino e non solo là dove osano i consorzi autorevoli ma anche un po’ più in giù, in quei colli berici indomiti e ricchi di storia e tradizioni. Wine-test da magnagati? Son passato da Villaga. E’ un paesino ai piedi dei suddetti colli, ritrovato nelle mappe storiche fin dall’anno mille, centro di Templari e Cavalieri di Malta, il suo nome latino era “Viraga” e le fonti dicono forse derivi da Viridium ovvero verde, come il territorio che ospita il paesino.
L’Azienda Agricola Piovene Porto Godi propone diverse DOC dei Colli Berici e tutte a prova di mouse BtC, ma Stefano Il Nero, usualmente discolo, assaggia un IGT, sapete perché ? Alte motivazioni scientifiche ? Principi di degustazione AIS? Analisi organolettiche suggerite? No.... mi piaceva il nome !!! Rosso IGT Veneto Polveriera 2008. Sentiamolo.
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Un terzo per uno non fa male a nessuno, così il semplice rosso vicentino che si trastulla nel bicchiere è per un terzo cabernet franc, un altro merlot e poi cabernet sauvignon. Le sue uve passano la prova della “Macerazione con le bucce per 8 giorni con follatura...quindi in vasche di acciaio per la fermentazione controllata (25 - 30 C°).... ed un affinamento finale in botte di rovere”. Così dice il contadino.
La gradazione è di quelle che fanno pensare, 14,5 gradi tutti in punta di spada, ve lo assicuro.
Color rosso rubino con profili di uva matura dimostra subito la sua consistenza al naso con fumo intenso e traccia di legno, molto speziato ed un retrogusto evidente e denso di erba secca, fienile puro. Un turbiion di profumi forti e nettamente percepibili, un gir o di valzer di sensazioni olfattive che non lasciano spazio all’alcol.
Assaggio con ingresso grosso e corposo, pesante e più alcolico che non al naso (del resto son più di quattordici…), una beva inizialmente un po’ scomposta ma solo mediamente persistente, al finale si dimostrerò un vino denso e compatto, assolutamente gradevole per chi ama sentire il palato carico e pieno dopo il sorso, un prodotto di ampia caratterailità, decisamente vinoso e buon campione dei vini di cantina che sono rimasti tanto cari ai colli del veneto orientale.
Fin qui il vino ora però vi devo una spiegazione.
Ho citato i “magnagati” e magari molti di voi non sanno che i cittadini di Vicenza sono noti con l'epiteto appunto di “magnagati”, questo è legato ad un fatto accaduto moltissimi secoli fa fra vicentini e veneziani. Si narra che i veneziani cedettero in prestito dei felini per aiutare i vicentini ad affrontare il problema dei topi in città. I gatti però non furono mai restituiti a Venezia, perciò i veneziani chiamarono i vicentini magnagati pensando che i gatti dovevano essere stati di sicuro mangiati dai vicentini, f
atto peraltro mai ufficialmente smentito, a causa della diffusa fame e povertà della città.
Saluti berici.
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giovedì 25 febbraio 2010

CHIANTI DOCG 2004 IL POGGIOLO FEDERICO BONFIO : UNA FORZA SEMPLICE


Io lo sapevo che la Beatrice detiene parenti toscani ma, sarà stato lo spaventoso volume di chiacchiere che stavamo sviluppando quel giorno, l’agguato che mi ha teso ha funzionato alla perfezione. Ha messo in tavola, fra i legumi che stavamo prelibatamente gustando, una bottiglia “di quello che piace a te…chianti no?“ e poi fra una sproloquiata ed un sano tocco di calice ho dovuto alzare il capo e dire ”ma questo chianti …docg vero? Ma scusa …l’è proprio bono….chi…”.
Già di chi è ? Me lo ricordo eccome il Luca. Come si dice, non lo vedo da ..”una vita”; ora lavora nel Friuli e poi corre giù continuamente al…. suo poggiolo. L’ho assaggiato così il suo Chianti Colli Senesi DOCG Il Poggiolo 2004 - Federico Bonfio.
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Federico Bonfio è una azienda agricola con una dozzina di ettari vitati in uno dei posti più affascinanti e suggestivi di tutta la Toscana: Monteriggioni.
Il nostro DOCG, uvaggio tipico Sangiovese, Canaiolo, Colorino, viene dichiarato per una produzione di ca 60.000 bottiglie annue; il contenuto dei vetri prima di arrivare all’assaggio intenerisce la propria esistenza attraverso una “vinificazione in acciaio per 12 giorni, passaggio in malolattica e affinamento in botti di rovere di Slavonia di grande dimensione (50 hl.) per 6-9 mesi, passaggio in botti di piccola dimensione (7,5 hl.) per altri 6 mesi”; non stanco della sbronza da botte “dopo l’imbottigliamento matura in bottiglia ulteriori 3-6 mesi”. Tutto da disciplinare ma anche qualcosa di più.
Chianti e Monteriggioni, mi rivedo le colline, dolci allo sguardo e indocili al passo, i cunicoli stretti del suo borgo, la piazza sterminatamente piccola, la vecchina che fa la maglia, è così il castello di Monteriggioni, come il suo vino.
Un rubino intenso e sfacciato con riflessi anticati sui suoi lembi, eccolo il prodotto del Poggiolo, al naso dichiaratamente floreale in principio, densamente legnoso poi; un legno duro e secco, nessuna concessione a vene di morbidezza ma non per questo carico e pesante, tutt’altro.
L’assaggio è sorprendente, beva semplice e ampia, non corposa anche se un po’ grezza, rimane veloce anche sul finale; sapori floreali, non allappante denota una media gradevole persistenza, in linea con la buona acidità del finale che lo rende piacevolmente “presente”. Gustosamente ribes giovane, nessun appassimento, gustoso al palato, in tavola ci resta a lungo, si lascia sorseggiare e si scopre in punta di piedi.
Questo Chianti è “una forza semplice”, fedele alla sua vocazione, insomma quello che ti aspetti arriva puntuale, non si smentisce; un leggero disequilibrio fra il naso e l’assaggio lo rileva la seconda beva, leggermente crudo? L’uvaggio forse è la chiave ma qui si esce dal bicchiere e si entra in casa del fattore: ad ognuno il suo.
Davvero un buon lavoro Luca ed è un vero piacere averti ritrovato, il tuo Poggiolo parla per te
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lunedì 22 febbraio 2010

RIESLING VIN D'ALSACE : CLEEBOURG 2005 PRESTIGE AOC


Se a Cleebourg fanno riesling lo devono , come capita spesso in giro per la nostra Europa, ai frati domenicani che nel 900 cominciarono la produzione; questa pregiata viticultura, in questo piccolissimo comune francese alsaziano situato all’estremo confine con la Germania, non si è mai interrotta salvo i periodi delle guerre che qualche danno alle vigne lo hanno arrecato eccome.
La mia ricerca di riesling alsaziano parte da questo signore qui il quale si diverte da un pezzo, l’ho già segnalato altrove, a tintinnare sotto il mio naso florealità parlanti lingua tedesca ed a decantarle per la loro ricercatezza (ha ragione)
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E’ così che sono arrivato alla produzione di questo paesino situato a 60 km a nord di Strasburgo ed al suo Cleebourg Riesling 2005 Prestige AOC Vin d’Alsace.
Bottiglia alta e snella con etichetta elegantona, versa il vino sul bicchiere e lascia la sua colorazione gialla intensa e pesante con qualche sfumatura verdone.
Appoggiato al naso si notano aromi dolci e maturi, miele penetrante gradevole ed aromatico con retrogusto evidente di pesca matura; aromi tondi e densi. Non c’è traccia dei suoi 11,5 gradi alcolici.
Beva iniziale spinosa con media persistenza, pizzica il palato e si fa presto riconoscere per il suo calore, sapori non eleganti ma decisamente tondi e gradevoli. Un vino di ottimo equilibrio con retrogusto intatto. Un riesling un po’ pesante, esagerato dirlo vino impegnativo, ma sicuramente non un vino facile, da meditazione? Può darsi, ma attenzione a mantenerlo in temperatura.
E' un vino da piccolo sorso che denota all’assaggio sapidità buona ed un tocco di agrume forse sfuggito al naso.
Complessivamente un vino senza alcuna sbavatura.
Un riesling che non ha nulla a che fare con quelli di casa nostra e, considerando che il vitigno è di origine tedesca, chissà, forse hanno ragione loro.
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sabato 20 febbraio 2010

MALLETT A CASA, GRAZIE. A CASA L'ANTI-RUGBY.

Può tornare a casa grazie.
E’ l’unica considerazione che purtroppo si merita il Coach della nostra Nazionale di Rugby, niente di più, inutile girarci intorno, inutile attendere che finisca il Sei Nazioni o che si materializzino altre sue improbabili conferenze stampa in quel suo italiano rabberciato ed incomprensibile (chiunque con i soldi che prende lui si sarebbe sforzato di più).
Può tornare a casa e poi anche “grazie”. Si anche grazie, perché noi italiani siamo mediamente gente educata, a differenza di lui, comprendiamo le sue difficoltà in questa italica avventura, sappiamo che alcune cose buone sono state fatte, non lo buttiamo via il Signor Mallett, lo congediamo con deferenza. Questo dovremmo fare un minuto dopo la chiusura del torneo europeo e mi piace dirvelo adesso, quando il torneo è solo a metà, quando il sipario non è ancora calato, perché i conti non tornano già ora ed ormai non possono tornare più. Vediamo qualche perchè così alla rinfusa.
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Mallett non fa per noi, non serve al nostro movimento, Mallett ha sbagliato tantissimo, Mallett non ha niente a che fare con gli obiettivi del rugby italiano (troppo concentrato sui suoi obiettivi), l’unico motivo per cui Mallett non dovrebbe andare a casa è proprio quello che non ha vinto una partita che sia una tranne la samoana predestinata.
Mallett non ha in testa una Nazionale di rugby italiana; la giostra continua di giocatori, la richiesta di naturalizzazioni improbabili preferite a giocatori nati e formati sul patrio suolo, gli esperimenti con cambi di ruolo sui singoli atleti che si dimostrano tutte le volte disastrosi in campo (ma non le vede in allenamento certe cose?).
Il Mallett non ha in testa un gioco per la nazionale
, forse l’avrebbe per un club sudafricano o neozelandese ma non per un paese come il nostro, con strutture fisiche come le nostre, con caratteristiche come quelle del nostro pubblico. Mallett semplicemente non ha stima del rugby italiano e men che meno di quello europeo.
Infatti Mallett non è ambasciatore del rugby italiano, lo ha fatto John Kirwan recentemente, Mallett non è credibile visto che passa le sue conferenze stampa, dopo l’inesorabile sconfitta, a dire quanto siamo piccoli, brutti sporchi e cattivi, inadatti al rugby e via così. Mai visto un Coach di una Nazionale in un posizionamento mediatico così antitetico agli obiettivi della sua Federazione.
Mallett non ha la stima dei suoi giocatori, e lui non l’ha di loro, tanto meno ha quella dei club di provenienza che lo subiscono e per i quali non rappresenta un esempio, non è esempio per nessun allenatore di nessuna categoria. Questo semplicemente perché un “metodo Mallett”, a parte il palestra palestra palestra, o un “gioco alla Mallett” non esiste. Non è idolo dei ragazzini del movimento, non è fenomeno di trascinamento e di crescita del movimento stesso; del resto non è simpatico e non fa nulla per esserlo. Non credo che grazie a lui qualcuno in Italia abbia cominciato a giocare a rugby (a meno che non fosse argentino o sudafricano da mettere nella lista dei naturalizzabili)
Mallett non ha una strategia complessiva e soprattutto non è uomo da mentalità vincente, non ha mai trasmesso a nessuno entusiasmo e mentalità vincente. Cosa se ne fa di uno così un movimento in crescita come il nostro?
Lo abbiamo visto anche recentemente; per il primo incontro del Sei Nazioni con l’Irlanda il Coach ha messo in campo una squadra con l’obiettivo di non prenderne troppe (anti-rugby), poi il Presidente Federale e il Capitano stampellato Parisse gliele hanno suonate di santa ragione e lui solo allora ti fa scendere in campo con l’Inghilterra una squadra con licenza di giocare e tutti ci divertiamo (non tanto ma piuttosto che niente..). Ovvio, perdiamo il match. Perdiamo senza problemi, con il sorriso, perché cosa vuoi pretendere da una squadra che, per le stesse dichiarazioni stampa del suo Coach prima di ogni match e prima dell’intero Torneo, ha licenza di perdere senza problemi tanto con cambierebbe nulla? Unico limite perdere con 15/20 punti di distacco. Follia. Come se il capo di una azienda avesse licenza di perdere sul bilancio ogni anno svariati milioni di lire e non avesse alcun obbligo di tentare l’utile d’esercizio. La cosa, già assurda così, diventa tragicomica se poi questo capo lo ricorda ogni giorno alle sue maestranze. Troppo comodo così.
Potremmo andare avanti per molto, lasciamo stare, lasciamo che Mallett vinca magari una partita, il risultato generale non cambia: con questo signore sudafricano non andiamo da nessuna parte, ci vada lui da qualche parte. Senza rancore, in amicizia, ma vada a casa. Grazie.
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mercoledì 17 febbraio 2010

CHIANTI CLASSICO CASTELLO DI UZZANO 2007 DOCG : DURO E PURO.


In principio fu il Chianti. Lo so che l’ho già detto ma la mia storia con il vino comincia con il Chianti ed il primo amore, si sa, non si scorda mai.
Nel lungo ed ormai datato periodo di assaggio chiantigiano questo Castello di Uzzano, anche nella versione “Riserva”, mi è venuto in mano molte volte. Confesso che le prime volte, neofita, mi piaceva l’etichetta, oggi l’etichetta, che non è cambiata, non mi piace più. La grafica è sempre la stessa ma i contenuti, autoreferenziali, sono zero informazioni per il consumatore; adesso noto la cosa, sono cresciuto io o è cambiato qualcosa nel mercato. Forse tutti e due.
Gradito ritorno in tavola comunque per questo Chianti Classico Castello di Uzzano 2007 DOCG.
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Il Castello di Uzzano, zona Greve del Chianti, nei dintorni del quale la Agricola omonima produce le sue uve, oltre 30 ettari di vitato, fu patria di disfide guelfe e ghibelline. Furono i secondi ad arrostirlo sul finire del milleduecento e cinquant’anni dopo i guelfi a rimetterlo su…e avanti così. Il vino in questione vanta le prima citazioni proprie in quel milletrecento, ne va molto fiera la Agricola Uzzano, cosa comune a molti produttori legati ai bellissimi borghi della bellissima Toscana. Fra il vino ed il suo castello oggi non c’è però alcun legame.
Il nostro appartiene alla zona del Chianti Classico, è bene sottolinearlo ora che la disfida si è risolta in carte bollate e divorzio, al collarino il Gallo Nero.
Scende nel bicchiere senza note di particolare densità, colore nero, onora perfettamente la denominazione di questo blog. Scuro che più scuro non si può.
Profumazione statica, non fa notare i suoi 13 gradi di alcol, vinoso con note di minerale, frutta rossa macinata, non eccessivo nella intensità di profumazione ma deciso.
Al palato ha una beva iniziale larga ed ampia poi diventa subito solida ed allappante, tannico, immediata la chiusura muscolosa da chianti con persistenza da Gran Signore del Castello. Alta sapidità, sangiovese puro puro; la cosa che mi stupisce di più è la sua acidità, evidente in chiusura, un tratto distintivo, voluta ed ineludibile: buona.
Un vino che non concede spazio alle smancerie, niente sopra le righe ma nessuna concessione al frivolo ed al leggiadro. Chianti duro e puro. Punto e basta.
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