Ero con Andrea, amico ovale e di degustazione, abbiamo stappato un Bardolino, non uno qualsiasi, quello di Matilde Poggi.
Prima vendemmia di Matilde, siamo nel 1984, nasce il percorso e la passione nel vino de "Le Fraghe", la sua cantina; comincia divertendosi con il nome : fraghe, forse sta al fragum latineggiante di fragola, quindi al plurale sta per fragole. Uhm.
Il succitato mittente sta in Cavaion Veronese, in mezzo al mondo del bardolino gardesano, terra di tradizione: terroir raffinato.
Conoscere Matilde e la sua vitalità mi permette di affrontare queste righe che parlano di lei e del suo vino, che poi è la stessa cosa, facendo parlare lei. Le ho fatto solo poche domande, perchè con Matilde, se vuoi parlare davvero di vino, devi sederti con calma e sorseggiare i discorsi come si fa con le cose dolcemente solenni. Sentiamo prima lei e poi come io e l'Andrea abbiamo sentito il suo Bardolino Le Fraghe DOC 2009.
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Allora Matilde, vino si, ma come?
Vino goloso, da bere e non da discutere
Consumi in ribasso e produzione in aumento, andiamo all'estero ? Come ?
In questo momento l’Italia sta soffrendo, bene l’estero che cerca sempre più vini frasi, giovani ma da zone di tradizione vinicola, con alcool giusto e anche con un prezzo da tutti i giorni
Cosa vuol dire per te "rispetto del terroir"?
Partire da una viticoltura rispettosa e arrivare alla bottiglia con il massimo delle espressioni del territorio, dell’ambiente in cui sono.
Non ti piace la denominazione "vinino" vero? Ahi ahi!
Già detto più di una volta è una brutta espressione che mi parla di una cosa piccola, inferiore, io mi ritengo una produttrice di vino nè grande, nè piccolo. E' un problema lessicale non di concetto.
Ok allora se è solo un problema lessicale il nostro caro Angelo è a posto, dimmi ora quali dei tuoi vini ami di più?
Li amo tutti allo stesso modo: il bardolino significa di più per me perché da lì ho iniziato a produrre, lì ho cominciato a voler dire la mia. E’ stata una sfida. Era la massima espressione del territorio
Progetti per il futuro?
Sono in conversione biologica, attualmente lavoro a questo progetto che mi aiuterà ad avere sempre una maggiore marcatura di territorio nei miei vini.
Il suo bardolino ci ha gesticolato dal bicchiere con i suoi riflessi carichi che facevano rilasciare un colore più capace dell'atteso. Al naso è arrivato abbastanza intenso, ampio di frutta e pungente di pepe, un leggero profumo erbaceo, forse di gioventù, ancora però molto gradevole. Beva calda e carezzevole che anticipa forte il frutto rosso di ciliegia, appena persistente con un bel tannino raffinato. Finale ampio che suggerisce un cordiale abbinamento con le "due chiacchiere fra amici".
Il Bardolino de Le Fraghe è bello, perchè è luccicante e vero, perchè è pulito e sobrio, perchè ti lascia finire con nostalgia la bottiglia, perchè ti fa pensare ad un vino....goloso da bere non da discutere. Punto.
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mercoledì 9 marzo 2011
domenica 27 febbraio 2011
FERRUCCI DOMUS CAIA RISERVA 2006 : IN ROMAGNA, IL SANGIOVESE
Il sangiovese è il vitigno più diffuso in Italia , è "grosso" quello toscano o romagnolo, così detto dalla grandezza dell'acino, è piccolo quello del casentino lì chiamato anche "sanvicetro".
Esauditi nel tempo molti fioretti con il "grosso" toscano ultimamente mi sono messo ad indagar sul sangiovese della Rumàgna (citandola come vuole il suo dialetto).
Per questa tappa nel sangiovese di romagna eccoci arrivati a Castelbolognese, provincia di Ravenna: casa Ferrucci, viticoltori dal 1932.
Il nostro amico veste di pregio, bottiglia dorata decisamente "bizantina": lui è Ferrucci Domus Caia DOC Sangiovese di Romagna Superiore Riserva 2006.
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"Il termine Romagna deriva dal tardo-latino Romània e risale al VI secolo d.C., quando l'Italia fu divisa in Longobardica e Romana, cioè soggetta ai Longobardi e all'Impero Romano d'Oriente. "Romània" assunse quindi il significato generico di "mondo romano" (in opposizione a quello barbarico-longobardo". Direttamente da wikipedia.
Scendiamo ora a Castelbolognese che se si chiama così un motivo c'è, fu infatti il Senato di Bologna che intorno al 1300 ne decretò la nascita come prima difesa della città felsina e solo sulla fine del '700 il Papa decise di far passare il suddetto centro sotto il governo della città di Ravenna.
Il Ferrucci fa li vino dagli anni trenta, oggi ha sul suo listino una serie di bianchi e rossi tipici della sua Romagna, tutti da uve coltivate sui quindici ettari della sua tenuta.
Il Domus Caia non è un vino che si presenta da solo perchè lo accompagna sul territorio ampia nomea di "regalità" e raffinatezza; si è fatto un nome insomma, buon per lui.
Il Sangiovese di Romagna deve essere ottenuto da uve "provenienti da vigneti aventi, nell'ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica: Sangiovese dall'85% al 100%; possono concorrere, da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 15%, altri vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione per la regione Emilia-Romagna".
Ovvio che anche in terra di Romagna c'è aperta la discussione sulle modifiche del disciplinare appena citato. Da questo punto di vista c'è in giro un generale italico momentaccio.
Il Domus Caia, ci indica il Ferrucci con avarizia di particolari, è ottenuto da uve sottoposte all’appassimento naturale, lunga periodo di macerazione sulle vinacce , dodici mesi in Tonneaux e quindi riassemblaggio per il periodo "lungo" (??) di affinamento finale in bottiglia.
Il mio Domus Caia si fa versare docile, bello il suo colore rosso rubino leggermente scuro, brillano riflessi di rosso anticato.
Naso pieno di frutta rossa, mora in grande evidenza, prugna super matura e un passaggio ampio di ciliegiona, solo stuzzicanti al naso i suoi 14,5 gradi alcolici con un ritorno finale leggermente erbaceo.
Assaggio subito gradevole, di beva per nulla pesante e di bassa persistenza, leggeri i tannini, molto elegante e composto nel suo equilibrio dove ai suoi profumi, che diventano ora sapori meno intensi del naso ma caldi, aggiungiamo un tocco evidente e garbato di mirtillo.
Il grado alcolico rende difficile arrivare a fine bottiglia ma è piacevole questo sangiovese così tipico eppure così moderato, un vino senza eccessi, un vino da tenere nel bicchiere per finire la serata con due chiacchiere piacevoli. Questo Domus Caia si dimostra decisamente all'altezza della sua fama
Ottima escursione in terra di Romagna, mi piace questa Romagna senza ombrelloni, mi piace questa Romagna di boschi e colline:
Esauditi nel tempo molti fioretti con il "grosso" toscano ultimamente mi sono messo ad indagar sul sangiovese della Rumàgna (citandola come vuole il suo dialetto). Per questa tappa nel sangiovese di romagna eccoci arrivati a Castelbolognese, provincia di Ravenna: casa Ferrucci, viticoltori dal 1932.
Il nostro amico veste di pregio, bottiglia dorata decisamente "bizantina": lui è Ferrucci Domus Caia DOC Sangiovese di Romagna Superiore Riserva 2006.
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"Il termine Romagna deriva dal tardo-latino Romània e risale al VI secolo d.C., quando l'Italia fu divisa in Longobardica e Romana, cioè soggetta ai Longobardi e all'Impero Romano d'Oriente. "Romània" assunse quindi il significato generico di "mondo romano" (in opposizione a quello barbarico-longobardo". Direttamente da wikipedia.
Scendiamo ora a Castelbolognese che se si chiama così un motivo c'è, fu infatti il Senato di Bologna che intorno al 1300 ne decretò la nascita come prima difesa della città felsina e solo sulla fine del '700 il Papa decise di far passare il suddetto centro sotto il governo della città di Ravenna.
Il Ferrucci fa li vino dagli anni trenta, oggi ha sul suo listino una serie di bianchi e rossi tipici della sua Romagna, tutti da uve coltivate sui quindici ettari della sua tenuta.
Il Domus Caia non è un vino che si presenta da solo perchè lo accompagna sul territorio ampia nomea di "regalità" e raffinatezza; si è fatto un nome insomma, buon per lui.
Il Sangiovese di Romagna deve essere ottenuto da uve "provenienti da vigneti aventi, nell'ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica: Sangiovese dall'85% al 100%; possono concorrere, da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 15%, altri vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione per la regione Emilia-Romagna".
Ovvio che anche in terra di Romagna c'è aperta la discussione sulle modifiche del disciplinare appena citato. Da questo punto di vista c'è in giro un generale italico momentaccio.
Il Domus Caia, ci indica il Ferrucci con avarizia di particolari, è ottenuto da uve sottoposte all’appassimento naturale, lunga periodo di macerazione sulle vinacce , dodici mesi in Tonneaux e quindi riassemblaggio per il periodo "lungo" (??) di affinamento finale in bottiglia.
Il mio Domus Caia si fa versare docile, bello il suo colore rosso rubino leggermente scuro, brillano riflessi di rosso anticato.
Naso pieno di frutta rossa, mora in grande evidenza, prugna super matura e un passaggio ampio di ciliegiona, solo stuzzicanti al naso i suoi 14,5 gradi alcolici con un ritorno finale leggermente erbaceo.
Assaggio subito gradevole, di beva per nulla pesante e di bassa persistenza, leggeri i tannini, molto elegante e composto nel suo equilibrio dove ai suoi profumi, che diventano ora sapori meno intensi del naso ma caldi, aggiungiamo un tocco evidente e garbato di mirtillo.
Il grado alcolico rende difficile arrivare a fine bottiglia ma è piacevole questo sangiovese così tipico eppure così moderato, un vino senza eccessi, un vino da tenere nel bicchiere per finire la serata con due chiacchiere piacevoli. Questo Domus Caia si dimostra decisamente all'altezza della sua fama
Ottima escursione in terra di Romagna, mi piace questa Romagna senza ombrelloni, mi piace questa Romagna di boschi e colline:
"Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta
cui tenne pure il Passator Cortese
re della strada, re della foresta."
(Giovanni Pascoli)
.giovedì 24 febbraio 2011
IL VOTO AL VINO ? MEGLIO DI NO.

A chi non piace dare un piccolo proprio giudizio tramite un voto? Dare un voto, dare un voto compiacente ad un amico un po' giù, un voto interessato al cliente intraprendente, un voto benevolo ad un bimbo in difficoltà, un voto allegro ad una orchestra volitiva, un voto malizioso alle gambe della vicina. Dare un voto ad un vino! Eh bhe ...in quanti eh? Ma dare un voto ad un vino ha un senso?
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Dare un voto è carino e piacevole, perchè alla fine dai solo un numero, è un giudizio semplice e divertente, ti misuri con una cosa e te la classifichi con un numero, non devi spiegare molto o, nella maggioranza dei casi, qualunque cosa tu dica può anche essere dimenticata perchè è il voto messo li in fondo al tuo stringato magari incomprensibile o confuso giudizio, che dice tutto.
Anche io l'ho fatto di dare voti ai vini, nei tasting panel con gli amici, nelle maggiori degustazioni, anche nella mia mente, qualche volta, usando il voto come metro per ricordarmi quanto mi era piaciuto o no quell'assaggio isolato e/o di altrui vanto.
Questo tema, questo vero dilemma su cui si sono scontrati in molti in passato, ritorna ciclicamente; spesso si fa rivedere all'epoca della presentazione delle nuove edizioni annuali delle grandi guide, oppure quando qualche critico ritenuto eccelso sbologna una rinomata bottiglia con numerino basso.
Non ho ambizione di dare risposta al dilemma, anche perchè la risposta riesce difficile e non credo aver la soluzione, l'argomento in questione, ovvero se si può dare o no un voto all'assaggio di un vino, penso sia stato uno dei primi dibattiti di cui ho letto nel mondo blog molti anni fa, quando i blogger dibattevano su qualcosa fra di loro a suon di post invece di ignorarsi reciprocamente o lisciarsi altrettanto reciprocamente per secondo fine, come accade ora.
Tempo fa avevo dato una bottiglia ad un amico perchè mi dicesse che cosa ne pensava, gli avevo consegnato un vino che a me stava e sta molto a cuore, una idea enologica alla quale io davo e do un voto alto, un 9. Il mio amico l'ha bevuta e mi ha restituito un voto basso, comunque decisamente opposto al mio. Ho riflettuto sulla cosa e non ho trovato motivazioni sufficientemente intelligenti perchè il mio voto, voto di un wine lover e buon conoscitore della illustre bevanda, dovesse essere più importante del suo, semplice consumatore.
Aggiungendo poi che il mio voto alto su quel vino è suffragato da molti pareri positivi anche di altri "esperti" del settore, vi faccio facilmente intuire che, con questo dato incontrovertibile in tasca, mi ero detto che avevo ragione io che il mio voto era quello giusto. Ma perchè dovrebbe essere così? Arrovellarmi di fronte a questa domanda mi ha restituito la "teoria del giudizio zoppo" e quindi la domanda: che sarebbe stato del confronto vitivinicolo con il mio amico se invece di un voto gli avessi chiesto un giudizio di gradevolezza, una cosa senza numeri, stelline, chioccioline, faccini e via così?
Che sarebbe stato se invece di chiedergli un divertente, rapido e/ma poco impegnativo voto gli avessi chiesto di fare una analisi del suo assaggio per farmi sapere quali caratteristiche dei profumi o delle gustosità lo colpivano di più?
Il voto è un bel giochino, divertente e ficcante, scrive di un successo o di un fallimento alla stessa velocità e spesso non si ferma ai dettagli, insegue il suo destinatario e vi si appiccica con fare conquistadores
Il voto di fronte al vino è un giudizio troppo solo, troppo scevro da contesti, troppo nemico del buon gusto per essere considerato generalmente attendibile. Un voto per un vino è poco, nulla si può pensare aver detto di un vino se non se ne è descritto l'essenza dei suoi odori, le sensazioni al suo assaggio e la vitalità della sua beva
Un solo voto per un vino è poco, anzi peggio, è troppo, è di troppo. Meglio di no allora e grazie lo stesso.
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martedì 15 febbraio 2011
CA' OROLOGIO CALAONE ROSSO DOC 2008: COLLI EUGANEI IN VENA DI CHARME
Non conosco Maria Gioia Rosellini ma non credo che si parli bene di lei solo per la nomination della celebre guida di turno o per i tre recentissimi bicchieri al suo "Calaone".Certo le due cose insieme fanno pensare che ci deve essere qualcosa di buono che circola sotto il Monte Cecilia del resto la tenuta che va più di moda in questo momento nell'immaginario generale dei Colli Euganei fuori dai colli padovani è la sua.Io comunque, con il caratteraccio che mi ritrovo, prima di dar credito alla nomea ho voluto assaggiare il suo vino. Stiamo parlando di Ca'Orologio e l'assaggio è il celebre Calaone Colli Euganei Rosso DOC 2008.
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Ca' Orologio è, innanzi tutto, un Agriturismo bello ed in piacevole posizione nei Colli Euganei in località Baone. E' una azienda agricola dedicata per una dozzina di ettari a vigneto. Produce delle cose originali rispetto alla generalità dei colli, molto discusso è il suo 100% Barbera chiamato Lunisole.
Il nostro protagonista di oggi, il Calaone appunto, è una base Merlot (60%) con un 35% Cabernet ed il 5% di Barbera. Il Calaone è un crù esteso su 3 dei dodici ettari di Ca' Orologio e le sue uve si sono dedicate "16 giorni in vasca d'acciaio e tino aperto con lieviti indigeni....la manolattica in barrique e 24 mesi di affinamento di cui 12 in barrique di rovere francese". E' un vino non filtrato.
Il 2008 che mi ha fatto compagnia ha una gradazione robusta, 14, 5% di alcol, ma non sarà così evidente al sorso lasciando alle qualità organolettiche più spazio di quanto non mi sarei aspettato.
Colore cupo, nero, discesa nel bicchiere intensa e piglio carico. Portato al naso rilascia note erbacee forti ma composte, mora e spezie caricate ma di buona gradevolezza.
Leggermente vinoso, profumazione non sobria ma mai esagerata.
Beva corposa ma non eccessivamente persistente, morbido e di media complessità. Punta acida finale chiude la sua secca tanninicità e la sua sapidità discreta una punta di amaro degna di altri recenti assaggi. Le note di alcol confuse sulle note di legno gli danno una dimensione da vino impegnativo. La gradevolezza dell'assaggio, la sua morbidezza si scontrano un po' con la concreta difficoltà a proseguire con la bottiglia, un vino bello davvero ma anche da piccoli sorsi, da degustazione.
Ottimo lavoro di Ca' Orologio per questo Calaone, i Colli Euganei possono andarne fieri e le istituzioni locali dovrebbero trarne spunto per favorire realmente una maggior caratterizzazione e soprattutto diffusione del terroir euganeo nel mondo.
Complimenti Rosellini
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domenica 13 febbraio 2011
VERTICALE AMARONE MONTE SANT'URBANO, LA FILOSOFIA DEGLI SPERI ...LE RAGIONI DEL NONNO.
Giampaolo Speri guarda con nostalgia il suo bicchiere mentre parla, davanti ha il suo vino, il vino della sua famiglia, parlando si tormenta fra la voglia di trasmettere la sua competenza e la paura che in fondo si veda un po' troppo che la sua è invece una passione. Perchè, forse pensa, alle passioni magari qualcuno ci crede meno, magari qualcuno ci crede meno che di quel crinale di Sant'Urbano ne sei innamorato un po'. Niente da fare, Giampaolo si tradisce, gli brillano gli occhi quando racconta di quei clienti che tempo fa, ha lasciato li alle quattro di mattina, li a Sant'Urbano, perchè la compagnia di quella collina e del suo Amarone era più grande della notte.
Questa sera ha tirato fuori le sue bottiglie 2006, 2001, 1995, 1983 e, dulcis in fundo, il 1973, cinque perle di "Speri Valpolicella Amarone Monte Sant'Urbano".
E' AIS Verona che ha organizzato con lui il ristretto cenacolo di questa verticale e lo Speri attacca "Sono poche le aziende che, qui in Valpolicella, hanno in cantina le vecchie annate, noi si, fino al 1964, ma non ringraziate me, ma mio nonno ed i miei cari che sono venuti prima di me, io le ho aperte questa sera per riscoprire con voi il percorso e le scelte che la nostra famiglia ha fatto nella storia dell'Amarone".
Punto e a capo, benvenuto in casa Speri.
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Gli Speri di Amarone ne fanno uno solo, esce cinque anni dopo la vendemmia, dopo quattro anni di legno e sei mesi di bottiglia , una ricetta unica che segue la logica di famiglia anche se "il nonno diceva che ci vogliono dieci anni per assaggiare un amarone". Teniamo a mente.
Pochi numeri: sono circa centomila le bottiglie di questo pregiato vino che ogni anno Speri mette sul mercato, meno di un terzo della produzione totale della cantina. Giampaolo si lascia andare al racconto che parte da lontano, parla delle scelte di una azienda che ha sempre pensato di essere tale, certo una azienda di famiglia, la famiglia Speri, ma una famiglia che ha scelto prima di tutto come essere azienda e che, sulle sue scelte, ci ha scommesso. Ha scommesso, su quel Monte Sant'Urbano, sulla coltivazione a pergola veronese "non per semplice tradizione ma perchè protegge le uve, allunga il grappolo, diminuisce il numero di acini", messi così quei diciannove ettari costano l'uno circa 900 ore di lavoro manuale l'anno contro le circa 130 di un guyont ma "è produrre buone uve la soluzione non affidarsi alla enologia per correggere i difetti".
Il vino si fa in campagna.
Giampaolo è un fiume in piena, "un vino con uve appassite che ricorda l'uva, questa è la soddisfazione", tutto questo per arrivare ad un risultato che coniughi "eleganza e potenza" che regali "vini non esagerati" e per fare così "ci deve essere dentro un po' di molinara e mantenere l'alcol intorno al 15%", poi ancora "abbiamo sofferto negli anni novanta quando andava molto il vino piacione ed il legno ma oggi siamo contenti di aver mantenuto la nostra scelta".
Giampaolo sorride, ora tocca all'assaggio che scioglierà le domande insidiose sull'amarone "raro e caro" e sul futuro di questo vino, del resto lui stesso aveva esordito chiedendosi "l'amarone è arrivato alla fine del suo percorso storico?". Domande che si può fare, senza che gli tremi la voce, solo chi la storia ce l'ha.
Sfogliamola questa storia siamo sul Monte Sant'Urbano con il suo Amarone 2006. Granato con unghia decisa, al naso note di menta e di cioccolata dietro la punta alcolica che nasconde il legno, amarena sul finale. Assaggio corposo ampio di tannini, abbastanza asciutto con ritorno di legno e tocco amaro sul finale. Vivace. Il 2001 invece ha un colore solo un po' più distinto, al naso è più fruttato, cioccolata fusa ed un sincero aroma di mandorla solo un po' bruciacchiata. Assaggio morbido, tannini evidenti ma in genere setoso, un palato solo un po' vinoso comunque garbato. Indimenticabile. Il 1995 riserve la sorpresa migliore, il colore è solo leggermente più scuro, il naso prende prima di tutto una prugna intensa, grave e caldo, sfuma il cacao. In bocca è fruttato, di grande eleganza, persistente, finale molto lungo e amaro. Siamo al 1983 che scende nel bicchiere con il suo colore caramello, naso ampio di frutta passita e di susina. Assaggio persistente ma molto equilibrato tocco di liquirizia e finale solo leggermente alcolico. E' il 1973 che mi trova impreparato, le note sono solo leggermente più aggraziate rispetto all'assaggio precedente, il palato è più deciso e secco, ma è ancora fresco e presente ed il tocco di ciliegia sotto spirito è un piccolo regalo alla serata.
Aumenta il brusio ed i sorrisi, serata riuscita, lo hanno capito tutti, come si è capito che aveva ragione il nonno, ma non urliamolo che il mercato non lo sopporterebbe.
Benvenuti in casa Speri allora, anzi no, in cantina, anzi no.....casa, famiglia, cantina, in fondo qui che differenza c'è ?
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Questa sera ha tirato fuori le sue bottiglie 2006, 2001, 1995, 1983 e, dulcis in fundo, il 1973, cinque perle di "Speri Valpolicella Amarone Monte Sant'Urbano".
E' AIS Verona che ha organizzato con lui il ristretto cenacolo di questa verticale e lo Speri attacca "Sono poche le aziende che, qui in Valpolicella, hanno in cantina le vecchie annate, noi si, fino al 1964, ma non ringraziate me, ma mio nonno ed i miei cari che sono venuti prima di me, io le ho aperte questa sera per riscoprire con voi il percorso e le scelte che la nostra famiglia ha fatto nella storia dell'Amarone".
Punto e a capo, benvenuto in casa Speri.
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Gli Speri di Amarone ne fanno uno solo, esce cinque anni dopo la vendemmia, dopo quattro anni di legno e sei mesi di bottiglia , una ricetta unica che segue la logica di famiglia anche se "il nonno diceva che ci vogliono dieci anni per assaggiare un amarone". Teniamo a mente.
Pochi numeri: sono circa centomila le bottiglie di questo pregiato vino che ogni anno Speri mette sul mercato, meno di un terzo della produzione totale della cantina. Giampaolo si lascia andare al racconto che parte da lontano, parla delle scelte di una azienda che ha sempre pensato di essere tale, certo una azienda di famiglia, la famiglia Speri, ma una famiglia che ha scelto prima di tutto come essere azienda e che, sulle sue scelte, ci ha scommesso. Ha scommesso, su quel Monte Sant'Urbano, sulla coltivazione a pergola veronese "non per semplice tradizione ma perchè protegge le uve, allunga il grappolo, diminuisce il numero di acini", messi così quei diciannove ettari costano l'uno circa 900 ore di lavoro manuale l'anno contro le circa 130 di un guyont ma "è produrre buone uve la soluzione non affidarsi alla enologia per correggere i difetti".
Il vino si fa in campagna.
Giampaolo è un fiume in piena, "un vino con uve appassite che ricorda l'uva, questa è la soddisfazione", tutto questo per arrivare ad un risultato che coniughi "eleganza e potenza" che regali "vini non esagerati" e per fare così "ci deve essere dentro un po' di molinara e mantenere l'alcol intorno al 15%", poi ancora "abbiamo sofferto negli anni novanta quando andava molto il vino piacione ed il legno ma oggi siamo contenti di aver mantenuto la nostra scelta".
Giampaolo sorride, ora tocca all'assaggio che scioglierà le domande insidiose sull'amarone "raro e caro" e sul futuro di questo vino, del resto lui stesso aveva esordito chiedendosi "l'amarone è arrivato alla fine del suo percorso storico?". Domande che si può fare, senza che gli tremi la voce, solo chi la storia ce l'ha.
Sfogliamola questa storia siamo sul Monte Sant'Urbano con il suo Amarone 2006. Granato con unghia decisa, al naso note di menta e di cioccolata dietro la punta alcolica che nasconde il legno, amarena sul finale. Assaggio corposo ampio di tannini, abbastanza asciutto con ritorno di legno e tocco amaro sul finale. Vivace. Il 2001 invece ha un colore solo un po' più distinto, al naso è più fruttato, cioccolata fusa ed un sincero aroma di mandorla solo un po' bruciacchiata. Assaggio morbido, tannini evidenti ma in genere setoso, un palato solo un po' vinoso comunque garbato. Indimenticabile. Il 1995 riserve la sorpresa migliore, il colore è solo leggermente più scuro, il naso prende prima di tutto una prugna intensa, grave e caldo, sfuma il cacao. In bocca è fruttato, di grande eleganza, persistente, finale molto lungo e amaro. Siamo al 1983 che scende nel bicchiere con il suo colore caramello, naso ampio di frutta passita e di susina. Assaggio persistente ma molto equilibrato tocco di liquirizia e finale solo leggermente alcolico. E' il 1973 che mi trova impreparato, le note sono solo leggermente più aggraziate rispetto all'assaggio precedente, il palato è più deciso e secco, ma è ancora fresco e presente ed il tocco di ciliegia sotto spirito è un piccolo regalo alla serata.
Aumenta il brusio ed i sorrisi, serata riuscita, lo hanno capito tutti, come si è capito che aveva ragione il nonno, ma non urliamolo che il mercato non lo sopporterebbe.
Benvenuti in casa Speri allora, anzi no, in cantina, anzi no.....casa, famiglia, cantina, in fondo qui che differenza c'è ?
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mercoledì 9 febbraio 2011
GUIDA VINI 2011 ALTROCONSUMO : LA GUIDA CHE FA DA GUIDA
Lo so che non è una novità per questo blog ed oramai la cosa vi sarà venuta a noia ma, quando si vuol fare un discorso su di un termine specifico, quale miglior maniera che partire da una definizione da dizionario?
La parola "guida" dal Garzanti si definisce : chi o ciò che indica la via da percorrere... ammaestramento, insegnamento.... manuale che introduce allo studio di una disciplina.... nome di vari oggetti, dispositivi o strumenti che servono per guidare qualcuno o qualcosa.
Ho avuto per le mani in questi anni diverse guide dei vini, anche importanti, spesso regali da amici che magari tenevano al fatto che mi occupassi di bottiglie almeno decenti e che, come da dizionario, volevano ne imparassi qualcosa da una guida. Non ho mai scritto però di guide ed ho sempre guardato divertito autorevoli blogger che, puntualmente a cavallo di San Silvestro, davano alla luce i loro post sul panorama guidaiolo italiano.
Così, dopo aver sfogliato in lungo e largo per il secondo anno il soggetto in questione, ho deciso di dire anche io la mia su una guida e, che bello sono originale, una guida di cui nessuno si è occupato: Guida Vini 2011 Altroconsumo.
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Loro dicono di se : "Altroconsumo è l’associazione di consumatori più rappresentativa e diffusa
in Italia, l’unica a garantire ai propri Soci l’affidabilità dei risultati di centinaia
di test condotti in assoluta indipendenza".
Altroconsumo si occupa di tutto, centinaia di test su lavastoviglie ed automobili, spazzoloni e dentifrici, panettoni e ...vino ! Per il vino Altroconsumo elabora appunto una sua Guida di oltre 400 pagine,una guida per il cosumatore.
Il vino bisogna più spesso guardarlo da questo punto di vista; centinaia di volte i soliti marketing-man del vino si struscicano con la parola "consumatore" ed il più delle volte la fanno anticipare da "dalla parte del..", poi spesso scopriamo che stanno da ben altra parte. Stanno dalla parte di chi li paga, cosa tutt'altro che sbagliata.
Lor signori di Altroconsumo sono invece sicuro che un po' li pago anche io consumatore, con la mia quota associativa ad esempio, e pretendo da loro che mi dimostrino ogni mese che si muovono pensando a me, cosa che loro fanno sottoponendomi i risultati dei test, le cause intentate, le presentazioni comparative ecc.
La Guida Vini di Altroconsumo è visibilmente redatta pensando al consumatore, per questo mi piace.
Prima di tutto cerca di insegnare; le prime 60 pagine spiegano come si produce il vino a cosa vuol dire vinificazione, dalla differenza fra IGT e DOCG a come si legge una etichetta, da una panoramica dei maggiori vitigni a come si conserva o si serve il vino, decantazione e temperature, aromi secondari e terziari, molto altro.
Altra sessantina di pagine è dedicata a "Le Regioni del vino", un buon viatico per dare l'impronta del terroir al "prodotto vino".
Sono le venti paginette che spiegano principi e criteri dei test che però sono le più interessanti per il consumatore. Altroconsumo spiega cosa è e cosa fa il tenore alcolico, il contenuto zuccherino e l'acidità, che belle le due paginette sulla anidride solforosa totale ed il suo rapporto con la "libera". Quindi via alla dissertazione sul panel e sui suoi principi.
Il tutto , che è molto di più della breve sintesi che vi ho fatto, spiegato con semplicità e con la evidente massima attenzione alla comprensione generale. Pochi paroloni e massima riconducibilità di ogni definizione ad un dizionario interno.
Poi ci sono i risultati dei 300 assaggi, trecento campioni divisi in modo tradizionale ma anche per categoria di prezzo e quest'ultimo declinato in forma puntuale nel prezzo in enoteca e quello in GDO. Cosa da far venire i brividi a qualcuno eh !
Un elenco puntuale delle cantine partecipanti con tutti i loro recapiti e un dossier speciale sui vini bianchi di Sardegna concludono la vision sulla Guida Vini 2011 Altroconsumo che non è una buona guida solo perchè banalmente rispetta il significato da dizionario, cosa che sarebbe già sufficiente visto il panorama globale, ma anche e soprattutto perchè prova ad essere una guida davvero per il consumatore, senza autocelebrazione e divismo. Prova ad essere oggettiva, forse anche troppo, ma nel provarci apre le porte del mondo del vino a tantissime persone, in questo senso Guida Vini 2011 Altroconsumo è uno spot per il vino.
Ora il domandone: perchè nessuno dei celebranti di San Silvestro si è mai preso la briga di scrivere di questa Guida???
Lo chiedo così, stile altroconsumo, apertamente.
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La parola "guida" dal Garzanti si definisce : chi o ciò che indica la via da percorrere... ammaestramento, insegnamento.... manuale che introduce allo studio di una disciplina.... nome di vari oggetti, dispositivi o strumenti che servono per guidare qualcuno o qualcosa.Ho avuto per le mani in questi anni diverse guide dei vini, anche importanti, spesso regali da amici che magari tenevano al fatto che mi occupassi di bottiglie almeno decenti e che, come da dizionario, volevano ne imparassi qualcosa da una guida. Non ho mai scritto però di guide ed ho sempre guardato divertito autorevoli blogger che, puntualmente a cavallo di San Silvestro, davano alla luce i loro post sul panorama guidaiolo italiano.
Così, dopo aver sfogliato in lungo e largo per il secondo anno il soggetto in questione, ho deciso di dire anche io la mia su una guida e, che bello sono originale, una guida di cui nessuno si è occupato: Guida Vini 2011 Altroconsumo.
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Loro dicono di se : "Altroconsumo è l’associazione di consumatori più rappresentativa e diffusa
in Italia, l’unica a garantire ai propri Soci l’affidabilità dei risultati di centinaia
di test condotti in assoluta indipendenza".
Altroconsumo si occupa di tutto, centinaia di test su lavastoviglie ed automobili, spazzoloni e dentifrici, panettoni e ...vino ! Per il vino Altroconsumo elabora appunto una sua Guida di oltre 400 pagine,una guida per il cosumatore.
Il vino bisogna più spesso guardarlo da questo punto di vista; centinaia di volte i soliti marketing-man del vino si struscicano con la parola "consumatore" ed il più delle volte la fanno anticipare da "dalla parte del..", poi spesso scopriamo che stanno da ben altra parte. Stanno dalla parte di chi li paga, cosa tutt'altro che sbagliata.
Lor signori di Altroconsumo sono invece sicuro che un po' li pago anche io consumatore, con la mia quota associativa ad esempio, e pretendo da loro che mi dimostrino ogni mese che si muovono pensando a me, cosa che loro fanno sottoponendomi i risultati dei test, le cause intentate, le presentazioni comparative ecc.
La Guida Vini di Altroconsumo è visibilmente redatta pensando al consumatore, per questo mi piace.
Prima di tutto cerca di insegnare; le prime 60 pagine spiegano come si produce il vino a cosa vuol dire vinificazione, dalla differenza fra IGT e DOCG a come si legge una etichetta, da una panoramica dei maggiori vitigni a come si conserva o si serve il vino, decantazione e temperature, aromi secondari e terziari, molto altro.
Altra sessantina di pagine è dedicata a "Le Regioni del vino", un buon viatico per dare l'impronta del terroir al "prodotto vino".
Sono le venti paginette che spiegano principi e criteri dei test che però sono le più interessanti per il consumatore. Altroconsumo spiega cosa è e cosa fa il tenore alcolico, il contenuto zuccherino e l'acidità, che belle le due paginette sulla anidride solforosa totale ed il suo rapporto con la "libera". Quindi via alla dissertazione sul panel e sui suoi principi.
Il tutto , che è molto di più della breve sintesi che vi ho fatto, spiegato con semplicità e con la evidente massima attenzione alla comprensione generale. Pochi paroloni e massima riconducibilità di ogni definizione ad un dizionario interno.
Poi ci sono i risultati dei 300 assaggi, trecento campioni divisi in modo tradizionale ma anche per categoria di prezzo e quest'ultimo declinato in forma puntuale nel prezzo in enoteca e quello in GDO. Cosa da far venire i brividi a qualcuno eh !
Un elenco puntuale delle cantine partecipanti con tutti i loro recapiti e un dossier speciale sui vini bianchi di Sardegna concludono la vision sulla Guida Vini 2011 Altroconsumo che non è una buona guida solo perchè banalmente rispetta il significato da dizionario, cosa che sarebbe già sufficiente visto il panorama globale, ma anche e soprattutto perchè prova ad essere una guida davvero per il consumatore, senza autocelebrazione e divismo. Prova ad essere oggettiva, forse anche troppo, ma nel provarci apre le porte del mondo del vino a tantissime persone, in questo senso Guida Vini 2011 Altroconsumo è uno spot per il vino.
Ora il domandone: perchè nessuno dei celebranti di San Silvestro si è mai preso la briga di scrivere di questa Guida???
Lo chiedo così, stile altroconsumo, apertamente.
Guida Vini 2011 Altroconsumo
Formato: 12 x 21 cm
Pagine: 448
Prezzo al pubblico: 24,95 €
Prezzo speciale Soci: 19,95 €
Pagine: 448
Prezzo al pubblico: 24,95 €
Prezzo speciale Soci: 19,95 €
mercoledì 2 febbraio 2011
ANTEPRIMA AMARONE 2007 (seconda parte) I MIGLIORI ASSAGGI
Chiusa con questo primo post la sponda della dissertazione sul mondo consortile la Anteprima Amarone 2007 ci ha regalato come sempre il super assaggione.
Oltre 60 le bottiglie che si concedevano ai degustatori fra campioni in bottiglia e prelevati da botte, Stefano il Nero si è gestito fra 28 assaggi, 11 campioni da botte ed i restanti 17 da bottiglia.
In generale l’annata 2007 è una di quelle meno interessanti per il mondo “amaronico” , scarse qualità organolettiche, abbondanza di legno e di sapori erbacei, quasi spariti i vini dolciosi, qualità tipiche spesso non ricevute. Nessuno dei 28 assaggi ha fatto scoccare la scintilla, nessun innamoramento, mi arrendo all’evidenza che la stagione 2007, per le sue caratteristiche, meteo in primis, non ha dato risultati sufficienti per fare osservazioni troppo profonde.
Sotto il palato molti amarone sono “dubbi”, su 28 totali i bocciati per Stefano Il Nero sono ben 9 !
Vediamo però ora i super promossi.
Az. Agricola Monte del Frà – Amarone Classico –Tenuta Lena di Mezzo
E’ un campione da botte ma consiglio al fattore di togliercelo subito, è pronto.
Rifinito con profumi di spezie e di mora non è ancora completamente strutturato ed è forse solo quella la finitura che manca, leggermente persistente. Tondo ed equilibrato.
Az. Agricola Novaia – Amarone Classico – Selezione Corte Vaona
Colore un po’ scarico, naso di amarena tipica con sentori di menta, buona estensione dei profumi all’assaggio, non strutturato, aperto e tondo. Forse un po’ sotto la scala del gusto ma siamo in botte eh!
Bel prodotto. Piaciuto davvero.
Il numero 1 delle botti:
Az. Agricola Domenico Fraccaroli – Amarone – Grotta del Ninfeo
Bella anche la colorazione (cosa rara), profumi cioccolatosi con ciliegia carica e leggermente pungente, assaggio gradevolissimo, molto morbido, gioco di sapori con prugne in evidenza. Sicuramente il migliore delle botti, forse il migliore di tutti.
Ecco invece i 4 che si meritano la palma fra gli assaggi da bottiglia:
Zecchini – Amarone Valpantena – Vigneto La Calandra
Colore carico ed intenso, anche nel bicchiere si muove con fare pesante, naso elegante con leggere note di foglie e, distante, un tocco di frutto maturo, mora. Buona beva ma pur sempre amarone, leggere note alcoliche ed appena allappante. Non fa sognare ma è composto. Forse un po’ troppo aggressivo.
Tenuta Sant’Antonio – Amarone – Campo dei Gigli -
Di quelli dal colore intenso. Naso da amarone tipico con frutta matura in piena evidenza. Al palato con qualche nota alcolica di troppo ma anche una gradevole persistenza, senza eleganza ma fra tutti quello con maggior equilibrio.
Az. Agricola Villa Monteleone – Amarone Classico – Villa Monteleone
Questo è amarone ! Cosi ho pensato nell’immediatezza dell’assaggio; cosa aveva più di altri ? Le note tipiche erano li belle evidenti senza doverne andare alla ricerca, naso molto bello con profumi sfumati (solo leggermente legnoso) di sottobosco e ciliegiona. Assaggio delizioso con persistenza e sapori di bacca, tocco amarognolo finale.
Il numero 1 delle bottiglie:
Cantine Cav. G.B. Bertani srl – Amarone Valpantena - Villa Arvedi
Il suo 2006 ha già fatto parte delle cronache di questo blog e, pur apprezzandolo, non mi aveva scosso. Questo 2007 invece è stata la miglior cosa di questa Anteprima.
Colore un po’ scarico, naso molto delicato e gradevole, fruttato con amarena in evidenza, forse un tocco di legno di troppo ma alla fine anche quello regala buone sensazioni. Assaggio ripieno di piccola ciliegia e di bacca rossa, nota alcolica accrescitiva del sapore complessivo. Elegante senza essere sfuggente. Una cosa buona davvero.
Ci risentiamo al 2008……nel 2012 !
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Oltre 60 le bottiglie che si concedevano ai degustatori fra campioni in bottiglia e prelevati da botte, Stefano il Nero si è gestito fra 28 assaggi, 11 campioni da botte ed i restanti 17 da bottiglia.
In generale l’annata 2007 è una di quelle meno interessanti per il mondo “amaronico” , scarse qualità organolettiche, abbondanza di legno e di sapori erbacei, quasi spariti i vini dolciosi, qualità tipiche spesso non ricevute. Nessuno dei 28 assaggi ha fatto scoccare la scintilla, nessun innamoramento, mi arrendo all’evidenza che la stagione 2007, per le sue caratteristiche, meteo in primis, non ha dato risultati sufficienti per fare osservazioni troppo profonde.
Sotto il palato molti amarone sono “dubbi”, su 28 totali i bocciati per Stefano Il Nero sono ben 9 !
Vediamo però ora i super promossi.
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Sono 3 i miei migliori assaggi da botte.Az. Agricola Monte del Frà – Amarone Classico –Tenuta Lena di Mezzo
E’ un campione da botte ma consiglio al fattore di togliercelo subito, è pronto.
Rifinito con profumi di spezie e di mora non è ancora completamente strutturato ed è forse solo quella la finitura che manca, leggermente persistente. Tondo ed equilibrato.
Az. Agricola Novaia – Amarone Classico – Selezione Corte Vaona
Colore un po’ scarico, naso di amarena tipica con sentori di menta, buona estensione dei profumi all’assaggio, non strutturato, aperto e tondo. Forse un po’ sotto la scala del gusto ma siamo in botte eh!
Bel prodotto. Piaciuto davvero.
Il numero 1 delle botti:
Az. Agricola Domenico Fraccaroli – Amarone – Grotta del Ninfeo
Bella anche la colorazione (cosa rara), profumi cioccolatosi con ciliegia carica e leggermente pungente, assaggio gradevolissimo, molto morbido, gioco di sapori con prugne in evidenza. Sicuramente il migliore delle botti, forse il migliore di tutti.
Ecco invece i 4 che si meritano la palma fra gli assaggi da bottiglia:
Zecchini – Amarone Valpantena – Vigneto La Calandra
Colore carico ed intenso, anche nel bicchiere si muove con fare pesante, naso elegante con leggere note di foglie e, distante, un tocco di frutto maturo, mora. Buona beva ma pur sempre amarone, leggere note alcoliche ed appena allappante. Non fa sognare ma è composto. Forse un po’ troppo aggressivo.
Tenuta Sant’Antonio – Amarone – Campo dei Gigli -
Di quelli dal colore intenso. Naso da amarone tipico con frutta matura in piena evidenza. Al palato con qualche nota alcolica di troppo ma anche una gradevole persistenza, senza eleganza ma fra tutti quello con maggior equilibrio.
Az. Agricola Villa Monteleone – Amarone Classico – Villa Monteleone
Questo è amarone ! Cosi ho pensato nell’immediatezza dell’assaggio; cosa aveva più di altri ? Le note tipiche erano li belle evidenti senza doverne andare alla ricerca, naso molto bello con profumi sfumati (solo leggermente legnoso) di sottobosco e ciliegiona. Assaggio delizioso con persistenza e sapori di bacca, tocco amarognolo finale.
Il numero 1 delle bottiglie:
Cantine Cav. G.B. Bertani srl – Amarone Valpantena - Villa Arvedi
Il suo 2006 ha già fatto parte delle cronache di questo blog e, pur apprezzandolo, non mi aveva scosso. Questo 2007 invece è stata la miglior cosa di questa Anteprima.
Colore un po’ scarico, naso molto delicato e gradevole, fruttato con amarena in evidenza, forse un tocco di legno di troppo ma alla fine anche quello regala buone sensazioni. Assaggio ripieno di piccola ciliegia e di bacca rossa, nota alcolica accrescitiva del sapore complessivo. Elegante senza essere sfuggente. Una cosa buona davvero.
Ci risentiamo al 2008……nel 2012 !
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domenica 30 gennaio 2011
ANTEPRIMA AMARONE 2007 (prima parte): IL CONSORZIO VALPOLICELLA, IN DIFFICOLTA', TENTA IL DIVERSIVO
Una conferenza stampa incomprensibile regala l’immagine di un Consorzio Valpolicella disorientato, cosi è iniziata la prima giornata di Anteprima Amarone 2007.Subito in apertura ecco la pistola fumante sulle attuali difficoltà del Consorzio, c’è infatti l‘ospite di lusso ovvero il solito fine dicitore che si chiama spesso quando sale l’imbarazzo e nessuno sa tenere la scena: apre infatti le danze il bravo Federico Quaranta, noto per la trasmissione RadioRai Decanter. Il Quaranta ci urla al microfono tre cose : la prima che di solito è più simpatico (lo ripeterà quattro volte ed alla fine ci abbiamo dovuto credere), che lui “non capisce nulla di vino” (il portone dopo c’era la presentazione della esposizione "Vivi la Casa" che il Quaranta abbia sbagliato portone?),che per lui l’amarone è importante perché lo aveva nel bicchiere quando ha fatto la dichiarazione d’amore a quella che è ora sua moglie. Rivelazione esplosiva.
Non è una cosa seria, si capisce, ma si impegnano prima Carlo Zanardo e poi Daniele Accordini a cercar di ristabilire la professionalità anche se l’ordine di scuderia sembra sia il contrario.
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Lo Zanardo infatti relaziona sul nuovo ruolo dei Consorzi di Tutela, ma si premura di dire che farà presto perché in fondo la sua è “solo materia tecnica” (ma non eravamo li per questo ?). Ci lascia però alcuni spunti molto interessanti, chissà se dopo lo avranno redarguito per tanto ardire, quando parla dell’ Amarone come di “pratica tradizionale di produzione” e quando parla del Consorzio che verrà come di un ente di tutela “rivolto soprattutto al consumatore”, perché “il consumatore va informato” e per questo il Consorzio deve fare seriamente “comunicazione ed insistere sul fattore territorio di provenienza”.L’enologo Accordini, sempre eccezionale e di altissimo livello, salva la frittata anche se, si intuisce, le notizie della stagione 2007 rendono tutto più difficile.
Quindi la parola passa ad uno spento Presidente del Consorzio Valpolicella Luca Sartori. Un intervento, quello del Presidente, scarico di contenuti, recitato con stanchezza, senza punti di forte interesse. Cita qualche numero per dirci, lo dice davvero lui, che la politica di contenimento del prodotto sul mercato è fallita: gli ettari vitati nel 2010 sono aumentati di 150, 6450 nella stagione corrente con 1495 aziende che producono uve per amarone, 28, 2 milioni di Kg di uve nel 2010 (21,9 nel 2009) e quasi 13 milioni di bottiglie nel 2010 (erano 9 nel 2009). Buoni però i prezzi, le redditività e l’export che aumenta del 40% (13% la media dei vini italiani). Sartori cita quindi le recenti sue richieste alla Regione Veneto per il “blocco degli ettari vitati” e parla della necessità di “un mercato controllato e con i nervi saldi”. Soviet Valpolicella.
Siamo a metà relazione presidenziale, la successiva metà non sarà più dedicata al vino ed ai moltissimi problemi del mercato e della neo DOCG, o magari alle proposte delle Famiglie d’Arte ed alla “A” da apporre sulle loro bottiglie, ai problemi dei prezzi sugli scaffali, alla programmazione ed al futuro, ma alla..... fantascienza. E’ a questo punto infatti che Il Presidente (in scadenza) fraseggia “…amarone come fenomeno di cultura e stile di vita” ed ecco andare in scena il peggior marketing si sia mai visto.
Il Consorzio tenta una imbarazzante declinazione del solito dualismo “Vino & Arte” presentando, nel disinteresse totale della sala che si alza e se va, alcune iniziative. Le prime due , ovvero una mostra di pittura di un grande artista veronese e la presentazione di itinerari turistico-cultural-vinosi lungo la Valpolicella (che novità!!), scivoleranno incolpevoli nel silenzio e nell’indifferenza. La terza iniziativa non risulta dai comunicati stampa, è il Presidente Sartori a citarla parlando di una mostra, che si terrà in loco, di “tele e paesaggi della Valpolicella realizzate da un noto artista cinese”. All’anima del “tipically” penso io, il Consorzio si lancia nel Made in China.... ma poi mi ravvedo….devo aver capito male….. non è possibile…. ...sarebbe una idiozia troppo grande. Mah!
Sartori conclude citando l’alleanza con il mondo del Prosecco per azioni promozionali in Russia, Norvegia, USA e Brasile e poi si fa chiedere da Quaranta se esiste la sua candidatura per il prossimo mandato presidenziale del Consorzio, la risposta, scritta nella domanda, è chiaramente un “no”. Il leone non ruggisce più, si prospettavano tempi migliori un anno fa, un Sartori carico annunciava voler dar fuoco a micce che però pare non si siano mai accese.
Il Consorzio è debole, risponde al proclama delle Famiglie d’Arte con una mostra di pittura, dice di voler sostenere i prezzi ma produce un incremento del 44% della offerta di prodotto, parla ai buyer esteri ma va all’estero con il più forte Prosecco e gioca invece le proprie carte in casa, come se della bontà dell’amarone bisognasse convincere la massaia di Illasi o il manager di Bovolone. Il Consorzio è debole all’interno e all’esterno. Gino Bartali ogni volta che perdeva una tappa diceva “L'è tutto sbagliato, tutto da rifare “.
Caro Consorzio Valpolicella, ci vediamo alla prossima tappa.
Pubblicato anche su Terroir Amarone
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lunedì 24 gennaio 2011
SORSEGGIANDO SOAVE DOC 2009 TAMELLINI RILEGGO "SOAVEMENTE"
Sono sceso giù, usando terminologia comune, ed ho preso una bottiglia di Soave. Faceva freddo e buio li giù perciò l’ho presa senza tanto star li a scegliere e soppesare, il primo Soave che mi è venuto in mano è venuto via con me, in questo senso questa è stata .…una degustazione alla cieca.
La scelta di un Soave seguiva invece l’onda di un post accattivante della blogger Maria Grazia Melegari (nella foto) che chiedeva “qual’è la tua idea di Soave ?” (ma poi perché lo hai intitolato in inglese Maria Grazia??). La bottiglia in questione doveva accompagnare la rilettura del “dilemma” posto ed aiutare a trovar soluzione. Quale bottiglia? Ho preso per il collo il Soave DOC 2009 della Azienda Agricola Tamellini.
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La cantina Tamellini si fa scoprire muta e silente, sul web al pari della etichetta della sua bottiglia.
Il suo Doc è comunque scivolato nel bicchiere veloce mentre titinnavo i tasti della tastiera, bello il suo colore giallo oro con riflessi più chiari e più docili. Il profumo era gradevole, non intenso, non esagerato, floreale appena appena per farsi riconoscere e con un tocco di pera in finale. L’assaggio dimostrava un soave vivo ma anche quanto la componente garganega fosse stata meno determinante. Sapido ma non troppo, leggermente persistente, ingresso brioso con tante leggerissime punzecchiature al palato. Acido solo leggermente nel finale, sapori riconducibili al naso ma senza grazia. In sintesi un vino ancora grezzo, non suscitava particolari sensazioni, senza ambizioni.
"Quale idea di Soave?" Già quale? Io avevo postato li un commento …..bhe eccone qui di seguito alcuni passaggi.
“La questione Soave è più che mai viva e la sua presenza in GDO è inversamente proporzionale a quella in enoteca….il Soave è un vino da GDO nella testa della gente…. e pochi ne riconoscono davvero il terroir.” Già perché la risposta oggi è puntare sul terroir, ma anche “…..avere un vino da scaffale GDO è la cosa più ambita in questo periodo, oggi come oggi tutti i principali vitigni ambiscono ad un posticino di anche soli 10 centimetri nella maggiori catene di distribuzione. Il Soave si è votato da solo ad un certo mercato è tempo di difenderlo ed uno strumento di difesa è anche il terroir e chi pensa che non si possa fare terroir in GDO forse è meglio si faccia un giro fra certi IPER-scaffali.”
Assaggio il Tamellini e rifletto sul fatto che troppo spesso si trovano in giro vinetti scarsetti marcati “Soave”, ci vuole attenzione alla “identità” anche lavorando sulla quantità.
“Identità”, mi è piaciuto questo concetto ripreso in quei commenti da due astronauti del mondo wine blog.
Prima Angelo Peretti “quando all'estero si parla del Soave "di punta", si dice che è lo "Chablis italiano", o cose del genere. Non è una bella cosa essere la copia di qualcuno. Lo Chablis è lo Chablis, e il Soave deve puntare a essere il Soave. Lo snodo è questo: si chiama identità.”
Poi Filippo Ronco “Dobbiamo lavorare sull'identità di ciascuna parte dei nostri molteplici territori. Prima a livello di denominazione e poi a livello di microzone”.
Parebbe cosa buona il mondo del Soave si desse una scossa.
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domenica 16 gennaio 2011
RIBOLLA FRA STORIA E CONFINI QUELLA DEI "CONTI FORMENTINI...(ah la rima) RAIADE COLLIO DOC"
Finalmente mi sono cimentato seriamente in Ribolla, seriamente perché di questo vino l’assaggio non può bastare, c’è un mondo dietro, secoli di storia…. Di Ribolla fino ad oggi il blog ne era intonso, la cosa è maturata grazie ad un oste in vena di attenzioni per il bianco, ce ne sono sempre meno in giro, ma soprattutto per nulla spaventato dal pesante cognome che si porta la cantina oggetto di attenzione. La cantina è infatti quella dei “Conti Formentini” ma il “cognome” che questa tenuta si porta dietro è quella di GIV, Gruppo Italiano Vini, il colosso del vino italico ed il collasso per alcuni “fini intenditori”. L’amico in bottiglia che si è prestato all’assaggio, ma anche qualcosa di più, è “ Conti Formentini Raiade Ribolla Gialla Collio DOC”. Grazie a questo assaggio noi facciamo due cose, prima storia di ribolla e poi vediamo cosa ci ha detto questo Formentini/GIV.Per continuare a leggere questo post clicca su Continua.
Bel posto il Collio, goriziano e di confine come non ci si immagina se non ci si va: il Collio è il Collio, si dirà, tutto vero ma di qua e di la dal muro si fa lo stesso vino. Qualcuno si è chiesto quale muro? Storia triste ma vale raccontarla, troppi non la sanno e quindi per la storia della ribolla partiamo dal Muro.
In Europa di Muri ce ne sono sempre stati almeno due, quello noto caduto in una favolosa notte di novembre nel 1989 era a Berlino, chiamato da quelli della Germania rossa Berliner Mauer Aantifaschistischer Schutzwall, magra scusa per tanta ignominia, poi quello di Gorizia eretto dalla follia Yugoslava nel 1947 quando si portarono via un pezzo di Gorizia facendo finta fosse “cosa loro” dividendo cittadini, famiglie, amicizie ma soprattutto molta storia. Adesso al di la dell’ex-muro (di fatto caduto nel 2004, in ritardo di parecchi anni ma tant’è) c’è un pezzo di Europa chiamata Slovenia.
Il vino di qua e di la è “diverso” ma i vitigni quelli sono, la Ribolla infatti è anche in Slovenia, anzi là è da sempre più diffusa, e anche la sua storia non giustifica alcun muro.
Angelo Costacurta, personaggio nazionale interessatosi tra l’altro di studi molecolari sulla vite, è colui che ha realizzato il maggior studio su questo vino del Collio con la sua pubblicazione “Ribolla Gialla – Vitigno di frontiera”. E' cosi che ho imparato che la ribolla “corrisponderebbe all'"Avola" (" Evola") dei romani…” ma il primo documento per tale vino è un atto di vendita (tipico) ed è del 1299….la presenza del vino Raibola (o Ràbola) dell'Istria e del Collio, nel Friuli…..documento stilato ad Udine nel 1324…La Ribolla veniva offerta come segno di devozione ai luogotenenti… devozione ad illustri personaggi……documentazioni in tal senso risalgono agli anni 1365-1368-1393. Come segno di omaggio nel 1565 il Comune offriva al Patriarca Marquardo, per la sua prima venuta ad Udine, un'orna del vino Ribolla (vegiete Rabioli)……nel 1568 offriva al Duca di Baviera 28 bocce di Malvasia e 26 bocce di Rabiola. Inoltre il Senato Veneto invia all'Imperatore Carlo V "do bote de vin" di Rosazzo (Ribolla). La fama della Ribolla ebbe così modo di espandersi, tanto che verso la fine del '300 il "Rainfald" era variamente decantato da cronisti e poeti tedeschi…..”
La Ribolla era anche un vino protetto infatti “una ordinanza datata 28.12.1446, contro coloro che commettevano la frode di smerciare del vino "forensem" "dicentas quod sit Ribola cum non sit...la protezione di cui godeva tale vino risulta anche da un documento della città di Fiume del 1445, in cui si disponeva che ogni partita di Ribolla fosse accompagnata da una dichiarazione ufficiale del luogo di provenienza…..”. Documenti del 1767 lamentano la decadenza della Ribolla (la Ribuole), è dell’ottocento la sua espansione invece a territori non tipici e nel novecento, anni trenta, il suo rilancio vero e proprio.
Mica cose da nulla eh??? Ora però passiamo alla bottiglia dei “Conti Formentini”.
Colore giallo scarico, quasi bianco, con unghia gialla piena ma con dei riflessi verdini ampi e bellissimi, una bellezza vederlo scorrere nel bicchiere.
Il profumo è pieno , denso, carico, floreale e con forti sensazioni di bosco per un ingresso al palato inizialmente lieve e sopito, subito si apre nei suoi sapori di prugna matura, equilibrato, decisamente molto sapido, strutturato e pieno ma non invadente nella sua chiusura al sapore di agrume a bassa acidità.
Ho assaggiato un vino deciso, un vino impegnativo ma non troppo, insomma un vino buono. Da sentire questa produzione ma mi raccomando gli abbinamenti, non è un vino banale, non trattatelo con sufficienza perché, secondo me, non sa stare al gioco. E’ un tipino serio questo vino, del resto con i trascorsi che ha !!.
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