Questo è il wine blog di Stefano Il Nero, un contenitore indipendente, indisponente ed insufficiente di impressioni sul vino
ed il suo mondo.
Al centro il gusto, la tradizione, il territorio.

domenica 17 ottobre 2010

PRA' AMARONE DOC 2006. DIVAGAZIONI SU UN TEMA


Quando io ed il Massimo ci si trova onoriamo la nostra comune appartenenza al Terroir Amarone, sospirata o disconosciuta che sia, intavolando una bottiglia di tal fattezza.
Dopo diverse esperienze, comuni e no, ci vien facile dire che quando ti cimenti in Amarone e scavi in cantine mai esplorate o nuove esperienze è più facile trovare il vino “incompreso”, che qualcun altro chiamerebbe la “fetecchia” ma noi non ci abbassiamo a tanto gergo, piuttosto che la cosa favolosa e sconosciuta ovvero la rivelazione. Fra milioni, milioni e poi milioni di bottiglie di questo raro vino è facilissimo possa accadere.
Prà è una grande cantina, la sede di Monteforte d’Alpone rilascia ottimo Soave ma, con il cavallo in etichetta che trascina pesante carretto, c’è anche un “ Amarone della Valpolicella Doc e, nello specifico i 16,5 gradi alcolici di questo 2006. Ci siamo già capiti.
Per continuare a leggere questo post clicca su Continua
.

Vediamo un po’ come ci è andata.
Colore non pesante, divagazioni sul tema del rosso scuro, unghia bassa e leggera.
Un naso decisamente alcolico ma gradevole al quale non sopravvive però il tema dell’appassimento, rimane una giovane ciliegina di profumo che ci evidenzia che c’è l’intenzione ed anche qualcosa di più.
Assaggio che tradisce tutta la sua gioventù, permane il passaggio di alcol per un Amarone della stirpe dei fluenti e leggiadri, leggerezza in assaggio quindi ma anche una certa decisione in ingresso con “stroncatura finale da tannino anche positiva se si vuole” (Massimo).
Non c’è la nota dolce e nel tempo non perde le note alcoliche al naso, non guadagna profumi rilasciando le note di una canzone “cosa sara?”
Un vino impostato per essere un Amarone.
La moltiplicazione delle bottiglie, il Consorzio le conta a milioni e ne abbiamo recentemente già parlato qui, lascia più spazio alla libera interpretazione
(disciplinare rispettato naturalmente!!) dell’Amarone piuttosto che alla sua ispirazione più o meno originale .
Ci sono tanti modi di mandare per scaffali in giro per il mondo bottiglie di Amarone c’è il metodo degli Artisti, elitario e non condivisibile, c’è la “libera intepretazione” e poi ce n’è un altro. Indovinate per chi facciamo il tifo io e Massimo ?

domenica 10 ottobre 2010

AIOLA & FRIENDS: FATTORIA AIOLA CHIANTI CLASSICO RISERVA 2005 DOCG (GRAZIE DAVID)

Mi è sempre piaciuta la passionalità del David, da quando bevevo il caffè al suo Bar in piazza a Gavinana (questa è però una storia a parte) fino ad ora che vive nella sua enoteca l’ultima ingegnosa avventura della famiglia Magrini. Era da tempo che volevo salutare la congrega del Vinaio, Fabio Lorella ed il David appunto. Forza Viola!
Tempo fa entro nella loro enoteca ed è il David che mi viene incontro “ma l’hai mai sentito codesto costì?” mi giro sullo scaffale c’è Fattoria Aiola in evidenza., io penso “Guarda li, il chianti del Senatore Malagodi!”.
David continua “questo me lo vo a pigliare io….. è da sentire bada
Due chiacchiere sul nostro comune amore, la Fiorentina, e mi porto via l’Aiola.
C’è tanta gente di oggi e di ieri in questa storia ma quando togli il tappo il vero protagonista diventa Fattoria Aiola Chianti Classico DOCG Riserva 2005.

Per continuare a leggere questo post clicca su Continua.
.

L’Aiola era un bel castello a protezione di Siena, circa cinquecento anni fa i fiorentini se lo bruciano in nome della guerra atavica Firenze-Siena che va in onda anche ora sotto forma di antipatia congenita. Nel novecento entra in campo la famiglia Malagodi ed il Senatore in persona che ne fanno una fattoria modello, i suoi discendenti ancora oggi ci regalano perle di saggezza sotto forma di Chianti Classico ed altri Cru.
Io mi sono appunto gigioneggiato con il loro Chianti Riserva.
Tredici gradi alcolici di vera morbidezza per questo 90% di Sangiovese e 10% di Canaiolo che, per ottenere il titolo di “riserva” appunto, si trattiene due anni in botte di rovere, poi si lascia affinare in bottiglia ed infine arriva in tavola. Anche la mia.

Rubino intenso il colore con ampi e brillanti riflessi viola anticato, note di fiori garbate ma persistenti al naso con un tocco finale di legno ancora bagnato però. Forse dovevo tenerlo ancora in cantina un “cincinino” di più??. Assaggiamolo.
Ingresso armonioso, gentile, un piacevole ritorno di fiore senza immediata carica tanninica, cosa che arriva solo più avanti svelandosi un chianti solo leggermente allappante. Qualche nota di ribes, il legno ritorna sul tocco lontano al palato di acidità. Un vino tutt’altro che “duro” ma comunque un po’ chiuso per un vino che mi suggerisce l’aggettivazione “saporito”.
E’ la armonia di questo assaggio che rendono la Riserva 2005 dell’Aiola una bella esperienza,per questo io adesso devo trovare la Riserva 2004 !
Dalla diatriba brucia-castelli firenze-siena alla storia del grande pensatore e segretario liberale italiano Malagodi fino alla enoteca del Magrini, se ci guardi dentro l’Italia è sempre una storia bellissima ed ogni fiasco di vino ne ha sempre una da raccontare.
Fatevi raccontare una storia, fate un salto all’Aiola.


Ci sono anche coloro che si decorano del nome di liberali...ma che liberali veramente non sono, perchè sono degli egoisti: sono liberali per se e per pochi amici e non capiscono la libertà della massa"
( Sen Giovanni Francesco Malagodi)


martedì 28 settembre 2010

LA "A" DELLA DISCORDIA , IL CONSORZIO VALPOLICELLA E LE FAMIGLIE AMARONE D'ARTE : MALE VOLUTO NON E' MAI TROPPO.


Amaronisti di tutto il mondo unitevi e quelli che c’hanno l’Arte dell’Amarone, o così si credono, lo hanno fatto davvero. Le Famiglie dell’Amarone d’Arte, dodici in tutto, hanno divulgato un altro comunicato stampa, praticamente uguale a quello di qualche tempo fa, eppure tutti lo hanno letto, tutti ne hanno scritto. Gli Artisti dell’Amarone hanno detto che loro l’Amarone lo faranno tutto bene, ne faranno poco, lo faranno come vogliono loro (entro il disciplinare però), quanto vogliono loro e lo faranno pagare molto caro. Le Famiglie riunite in artistica associazione estensori di declamazione così esplosiva e sorprendente sono : Allegrini, Begali, Brigaldara, Masi Agricola, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant'Antonio, Tommasi, Venturini, Zenato.
E il Consorzio Valpolicella che fa?
per continuare a leggere questo post clicca su Continua

Le Famiglie di cui sopra hanno anche e soprattutto adottato un marchio per farsi riconoscere, una A maiuscola che certificherà sostanzialmente le cose di cui sopra, anzi diciamolo con parole loro “……le Famiglie dell’Amarone d’Arte….abbinano anche l’ologramma distintivo che caratterizzerà il loro vino, per ribadire la forza della qualità senza compromessi, men che meno sul prezzo. .”
Il fulmine ha toccato terra ed oggi è uscito un comunicato stampa del Consorzio Valpolicella che dell’Amarone, inteso generalmente come vino non come unione di galleristi ed artisti vari, ne detiene le redini giuridiche e le strategie generali.
Mi piace ricordare una ovvietà: al Consorzio aderiscono tutti i produttori della celebre zona veronese inclusi i dodici affamigliaiti di cui sopra.
Nel comunicato del Consorzio, così come in quello degli Artisti, sono piovuti numeri e dati, una serie infinita di considerazioni più numeriche che altro, veramente degne di una corso di laurea in Statistica.
Uno a dire che i prezzi calano ed il vino in giro è troppo, l’altro a dire che quello che c’è va bene e che, anzi, c’è in giro un piano di riduzione ecc ecc… se proprio ci tenete leggete i comunicati dall’amico Angelo Peretti.
La disfida si gioca tutta li, sui numeri? No, è quella "A" la vera pietra della discordia, è quella A che ha fatto sudar freddo il Consorzio il quale per bocca del suo Presidente Sartori ha tuonato: “Il Consorzio può con certezza affermare che tutto l’Amarone certificato è Amarone con la 'A'maiuscola, non esiste una produzione che possa prendere le distanze da un'altra esistono invece tanti produttori che lavorano ottimamente…....nel rispetto della propria tradizione e nella piena legittimità di un sistema consortile che sta dimostrando di funzionare molto bene, l’unico tavolo interprofessionale riconosciuto per legge che ha l’incarico di tutelare, difendere, valorizzare e promuovere la denominazione”. Ahi ecco il nervetto scoperto, il Consorzio ribadisce che il Consorzio è lui e che sa fare il suo mestiere. Le Famiglie un consorzio nel consorzio? La “A” simbolo del prossimo “nuovo consorzio”?
A mio avviso nulla vieta ai “dodici”di far voce unica, nulla vieta loro di metterci sopra un timbro a forma di A, nulla vieta loro di ridurre le loro produzioni ed aumentarne i prezzi, su qualsiasi cosa rientri nei parametri e strategie del Consorzio cosa c’è che non va?
Fare un altro Consorzio di fatto, alimentare uno scontro politico interno alla Valpolicella minandone le prospettive unitarie e di comun denominatore di fronte al mercato mondiale questa è però una responsabilità che non si può lasciar loro, queste Famiglie saranno pure artistiche ma decidano per i loro vigneti non per quelli di tutti. Accadesse questa deflagrazione qualcuno dovrà pesantemente intervenire.
Veniamo ora però al Consorzio ed ai suoi numeri pubblicati oggi, li ho scorsi più volte ma non ne ho trovato alcuni e così, tanto per rinfrescare la labile memoria di Presidente e consiglieri del nobil Consorzio della Valpolicella ne riporto solo un paio tratti dalla presentazione “Anteprima Amarone 2005” quando lo stesso Consorzio allora tuonò così: “l'Amarone Doc viaggia controcorrente, forte degli 8,5 milioni di bottiglie vendute nel 2008. Con investimenti su nuovi terreni (rinnovato il 36% negli ultimi 7 anni) e ammodernamento cantine punta a raddoppiare la produzione in quattro anni, fino a 16 milioni di bottiglie che troveranno mercato in nuovi Paesi all'estero dove, per la prima volta, verrà dal 2010 organizzato l'evento 'Anteprima Amarone”.
Complimenti per la trasmissione Consorzio Valpolicella e Presidente Sartori fa piacere sapere che ci avete ripensato, è legittimo farlo: quasi come fare una A su una bottiglia.
Dice un noto proverbio toscano: "Male voluto non è mai troppo".

PUBBLICATO DA Stefano il Nero in origine su Terroir Amarone
.

martedì 21 settembre 2010

IL PREMIO IWC E' ALMENO STRANO PERO' LO VINCE IL BRUNELLO DI "CASTELLO ROMITORIO". TIE'.


Ma l’IWC non era un orologio ? Ma si dai me lo ricordo, ho visto gente spenderci migliaia di euro per l’orologio svizzero in questione, mi ricordo aver pensato “ma chissà che cavolo di ora fa un orologio che costa così” ed una serie di altre idiozie di questo tipo. Un orologio IWC della serie "Da Vinci" viaggia infatti sui diecimila euro ma della stessa serie l’automatico a diciotto kappa arriva a centoventisettemila euro, uno della serie “Portuguese” supera i quindicimila se Platinum supera i trenta (mila naturalmente) se Tourbillon supera i centosessanta (sempre mila…sigh). Quindi la cosa che l'acronimo IWC avesse a che fare con il vino mi era cosa scarsamente nota fino a quando ho scoperto, oooh come sono ignorante ooohh, che c’è un premio mondiale di altissima risonanza dedicato ai vini planetari: International Wine Challenge.
Tutto bene e capitolo chiuso se non fosse che il premio è stato vinto nella sezione “Miglior vino rosso” da un Brunello di Montalcino ed esattamente Castello Romitorio (speriamo ora il prezzo di quella bottiglia non prenda la fisionomia di un orologio svizzero a caso).
Congratulazioni vivissime al Castello Romitorio che ha compiuto questo atto di vero eroismo. Perché eroismo? Sentite un po’ qua.


per continuare a leggere questo post clicca su Continua

La IWC intesa come “internescional uain cellenge” detiene giuria super qualificata, senza dubbio, e detiene anche una serie di sponsor che immagino paghino, in parte o in toto non so, le spesucce per gli assaggi di migliaia di bottiglie di vino da/in tutto il mondo.
IWC-Vino fa mostra di tali sponsor anche sul suo website, sia chiaro non mi aspetto che ad una manifestazione del genere partecipi come sponsor la Coca Cola ma a tutto c’è un limite.
Passi per buona volontà che uno degli sponsor sia Thierry, distributore di vini del Regno Unito, passi per simpatia il fatto che altro sponsor sia TY Nant che vende sempre bevande ma acque minerali, passi per tricoloricità il fatto che altro sponsor sia De Bortoli Wine che il vino lo fa in Australia da tre generazioni dopo la trasferta obbligata della loro famiglia causa emigrazione da Asolo al continente del Sud del mondo, C'è qualcosa d’altro che a me proprio non torna.
Gli altri sponsor del premio IWC sono infatti : Vini Portugal, Sud De France, Wines from Spain, Wine Australia, Wine of Chile, ovvero agenzie pubbliche e private che si occupano della diffusione nel mondo dei prodotti vitivinicoli dei loro paesi……e sponsorizzano una manifestazione internazionale che si occupa di dirci quali sono i migliori vini del mondo. Cito allora l'agenzia dalla quale ho tratto la notizia : " Nella classifica per Paesi la Francia ha avuto l'onore di risultare prima per il secondo anno consecutivo con 21 vini selezionati, seguita dall'Australia (12) e, a stretta misura dal Portogallo (11). Mentre Italia, Germaniae Nuova Zelanda si attestano a 8 riconoscimenti" . Ma va ?! Che strano !!

Altra cosa salta subito all’occhio, non ci sono agenzie italiane come sponsor, indice di severità per l’etica, di morigeratezza internazionale o di progettualità distratta? No comment.
Forse ora è più chiaro il perché quelli del Romitorio sono stati “di molto bravi” a portare a casa la targa del primo premio, la concorrenza era serrata, anzi serratissima e non era tutta imbottigliata.
IWC è quindi anche marchio del vino, che sollievo quando mi è apparsa di fronte notizia siffatta: ho smesso di guardarmi inebetito il polso dal quale pendeva, e ancora li sta, il mio orologio da 47 euro, quarantasette tondi senza il “mila” finale, vista la cabala vorrei dire anche quarantasette inquietanti euro, e mi sono beatamente rincuorato “ha vinto un vino italiano?! Tiè!”
.

lunedì 13 settembre 2010

WINE-BLOGGER PROFESSIONALIZZATI E LA RETE IN SILENZIO


Essere blogger è concetto difficile da trovare persino sul vocabolario; esserlo parlando di un “prodotto” è cosa pure molto delicata. Il prodotto in questione è il vino ed i blogger a cui mi riferirò sono quelli che vi trovate in rete senza molto dispendio di energie. Sia chiaro quindi che qui non vale il gioco “fuori i nomi”,a quelli ci pensate da soli, io voglio fare qualcosa di più: raccontarvi degli ex-wine-blogger o, meglio, dei wine-bogger professionalizzati (o quasi)..
per continuare a leggere questopost clicca su Continua

C’era una volta questi wine-blogger che si mettono a scrivere in rete di sensazioni intorno al vino; a ripetizione sparano post su solforosa e tannino, sull’autoctono e sull’uvaggio e giù via con una quantità di post sui loro assaggi migliori e, udite udite, anche sui peggiori. Scrivono lanciandosi messaggi “importanti”, sottolineano ad ogni piè sospinto la libertà di essere blogger (secondo me una stupidaggine stellare), la capacità della rete di “dire solo la verita” (questa era la miglior bugia) e tante altre cose veramente geniali e belle insieme ad alcune inevitabili sciocchezze figlie del disincanto e della “amatorialità” del gioco.
In questo periodo il wine-internet è percorso da fremiti: idee importanti e preziose girano in rete, perle di novità gratuitamente a disposizione di tutti sulle quali tutti discutono. Si dibatte parecchio, da un blog all’altro partono frecciate e contro frecciate, botta e risposta , proposte e controproposte: internet ad alta fermentazione. Il wine-blog trionfa sul silenzio del settore vitivinicolo.
Arriviamo allora ai nostri giorni, l’epoca appunto della professionalizzazione. I blogger di cui sopra entrano nel settore direttamente, alcuni dentro mani e piedi altri aspirano solo ad entrarci ma l’atteggiamento inevitabilmente in entrambi i casi muta profondamente. Alcuni diventano quasi-giornalisti o giornalisti, quelli che giornalisti lo erano smettono di fare i blogger spesso inconsciamente; in genere sono la comunicazione ed il marketing ad abbracciare ed inglobare queste nuove leve.
Sono meno di una decina i neo-professionalizzati ma il peso sulla rete si sente.
Cala il livello di interlocuzione, chi ha una buona idea se la tiene per venderla, i dibattiti scemano, nessuno discute più con nessuno. I nemici dichiarati continuano ad esserlo ma dietro una spessa patina di amicizia, spariscono le polemiche, in rete oggi come oggi hanno pressappoco tutti ragione e se qualcuno dice qualcosa che non piace si fa mediamente finta di non averlo visto. Interi argomenti scompaiono dai loro blog, chi cancella il banale per dedicarsi all’effimero, chi si è professionalizzato su altro blog e quindi imbavaglia un po’ il suo, chi scrive ancora di vino “liberamente” prendendosi appunto la libertà di non dire mai cosa pensa, chi le dichiarazioni le fa fare agli altri e chi “cambia pubblico” e scrive in inglese ( il popolo della birra ringrazia) prendendosi una fetta di pubblico fra i più somari del mondo ma si sa l’erba del vicino è sempre più verde
Tutte cose belle e legittime per carità, passaggi anche molto intelligenti ma non riesco a non dire a proposito delle bandiere gloriose di questi blogger di ieri che se la mitica “libertà di scrivere” aveva un prezzo qualcuno lo ha pagato.
Questo è accaduto e io mi sono arrogato l’onore di farne la cronaca (abbiate pietà).
Capitemi bene però, la professionalizzazione di questi blogger mi trova perfettamente d’accordo, apprezzo sinceramente il loro lavoro ma sapete perché ho scritto questo pezzo? Qualche sera fa un amico mi raccontava di aver letto sul blog XYZ delle cose e però non si spiegava perché quel blogger, che lui leggeva da tempo non ne avesse aggiunte altre che….la risposta era nota : professionalizzato!
Aggiungo poche righe estratte da Internetgourmet e da un pezzo scritto dal Direttore di Euposia Beppe Giuliano rivolgendosi da giornalista della carta stampata al mondo blogger: “Senza la componente editoriale, il nostro schifosissimo know how, rimarrete a raccontare gratis sul web il mondo del vino con tanti ringraziamenti da parte dei vignaioli, dei distribuiti e degli agenti…di tutta la filiera che guadagna, insomma, sulle vostre spalle. Mi spiegate perché regalate il vostro ingegno?
Io pensavo non fosse questo il problema di un blogger ma visto il tutto devo ancora rifletterci su, resta il fatto che il mondo dei wine-blogger è in piena crisi di contenuti, forse il perché l’ho scritto sopra ma forse non basta ancora.

C'è chi l'amore lo fa per noia / chi se lo sceglie per professione/ Bocca di Rosa né l'uno né l'altro/ lei lo faceva per passione.” (Fabrizio De Andrè)

martedì 7 settembre 2010

IL RUGBY VENETO E LA CELTIC LEAGUE: LA SPOCCHIA AUTARCHICA DI TREVISO E LA MIOPIA COLLETTIVA


Finalmente spiccato dal rugby veneto il volo celtico con la prima (vincente) della Benetton Treviso nella Magners Celtic League, un campionato così a lungo agognato da essersi molti trevigiani quasi convinti di aver fatto tutto da soli.
Contenuti rugbistici a parte a molti non è sfuggito il tentativo trevigiano nell’accreditarsi, per questo nuovo campionato, come “franchigia” sportiva veneta senza volerlo essere veramente.
Il vestitino di franchigia è stato indossato dal Benetton Treviso per passare il turno FIR (secondo turno) di ammissione alla coppa celtica in sostituzione della malcapitata Roma, risulta utile spiegare che per franchigia si intende (lo intende la Celtic League e la FIR) un fattore sinergico di intenti e collaborazioni sportive (nonché societario) per dare rappresentatività sportiva ad un certo territorio.
per continuare a leggere questo post clicca su Continua
.

Avuta l’ammissione alla competizione nord europea, con il concreto aiuto di tutto il mondo del rugby veneto, Treviso ha cominciato a macinare su come proseguire ad apparir cotanto (franchigia) senza doverlo essere in alcun modo. Il sogno autonomista di Treviso è noto da tempo immemore, distante dalle altre società di pari rango, distante dalla FIR, distante da tutti la Benetton Treviso si riavvicina per convenienza ed a tratti, convinta di una sua superiorità che, è giusto e realistico ammetterlo, nel tempo ha dimostrato di avere eccome. Superiorità sterile però visto che ben poco ha fatto fiorire intorno a se a parte se stessa.
Arrivato ora il celtico traguardo la parte trevigiana trova però difficile da sostenere la propria autarchia, c’è bisogno di mettersi quasi ogni sabato il vestito buono, essere franchigia, essere squadra di tutti anche chiamandosi “solo” Treviso.
Ecco allora la conferenza stampa di presentazione inizio Celtic League carica di toni regionalistici, oratorie da “rappresentante” del leone, ma non quello benettoniano classico bensì di quello di San Marco, e mille altre manfrine di auto-accreditamento.
Ecco la dirigenza del Benetton Treviso, Munari incluso, sventolare sul campo di gioco nell’immediato post partita del primo incontro celtico con gli Scarlets. un grande bandierone con il Leone di San Marco.
Preso da pazzia mi faccio due domande.
Ma se tanta era la voglia di essere franchigia perché la Benetton non si è fatta una nuova società sportiva magari intitolata proprio all’amato leone del Pax Tibi in collaborazione, che ne so, con le altre società rugbistiche di rango del Veneto? Avrebbe potuto anche detenerne la maggioranza. Risposta semplice: Perché Treviso non vuole e mai ha voluto altri fra i piedi per questa ed altre avventure, questa è strategia legittima un po’ spocchiosa ma assolutamente legittima. La vena di autonomia/autarchia che bagna la Marca è senz’altro frutto di una superiorità organizzativa che per Treviso è anche un limite, il limite campanilistico e non solo di una Società sportiva che non vuole mai essere partner ma solo guida.
Seconda domanda.
Le società sportive maggiori del Veneto cosa pensano di questa politica trevigiana, ne sono almeno indispettite? Posto che per sapere veramente cosa pensano certi presidenti di certe titolate società del rugby veneto non basterebbe Mago Merlino nel giorno della sua migliore congiuntura astrale, diciamo che molti credono (ed io sono fra quelli) faccia molto comodo l’atteggiamento attuale della Benetton Treviso a tutte (o quasi) le maggiori Società sportive della regione.
Per queste ultime infatti significa avere sul territorio un progetto importante (la Celtic League appunto), non pagarne più di tanto dazio, mantenere almeno formalmente il proprio spazio locale-decisionale-politico-gestionale pressoché intatto, mantenere quindi il controllo sul minimo del proprio orticello ed aspettare che il tempo regali opportunità e decisioni diverse. Stiamo tutti insieme, dicono Treviso e gli altri, ma poco poco però, tutti “franchigiati” nella forma ma slegati nella sostanza. In sintesi: una cosa poco poco seria, tanto per essere cortesi.
Miopia allo stato brado cavalca irrefrenabile sulle praterie del rugby veneto, tanti auguri a noi.
Pax Tibi
.

domenica 22 agosto 2010

LA SCALA QUARANTA PENSANDO A NIMIS: LA RONCAIA BIANCO DOC ECLISSE 2005


Devo parlarvi della Roncaia lo so, lo dice il titolo lo so, non posso però esimermi prima da una riflessione. Lo scorso anno stavo qui a scrivere di “vinino”, la cosa andava molto. Giù e su per la rete non si parlava d’altro, la cosa del vinino sarebbe poi culminata nel Vinitaly 2009, antichi fasti un po’ scomparsi. Quest’anno la mia riscoperta è ben poco vitivinicola, quest’anno infatti mi affido alla scala quaranta. Non sto scherzando, la cosa riscuote , pur consistendo nella mia sola ristretta cerchia di scalaquarantisti estivi, molto più successo di un qualsiasi argomento vitivinicolo nel mondo internet: un mondo silenzioso, in piena evoluzione o involuzione? Sicuramente in crisi. Io allora, come altri e soprattutto a differenza di troppi altri, non rinuncio all’assaggio fresco estivo e questa volta niente vinino, mi affido alla scala quaranta e ad un friulano impertinente: La Roncaia Bianco DOC Eclisse 2005.
Per continuare a leggere questo post clicca su Continua


La Roncaia è Fantinel, marchio importante; la bottiglia del nostro duemilacinque invece è un po’ più grezza, più semplice, più vera….più…..più…..più ”furlana”!
Il Friuli di cose di alto livello ne fa molte. Questa forse non è il top ma è però degno rappresentante della intensità delle cantine friulane nel voler esprimere sempre il meglio: un bianco 90% sauvignon 10% picolit, due uve raccolte fra la fine di settembre (sauvignon) e inizio/metà ottobre (picolit). Due uve che fermentano separatamente per venir unite solamente nella primavera entrante: Eclisse.
Picolit è la Regina del Friuli, vitigno autoctono che ha come caratteristica la rarefazione degli acini per singolo grappolo, La Roncaia è invece il prodotto della terra di Nimis (nella foto), un paesino veramente da scoprire nella terra del calcare e dell’Italia che scende piano e dolcemente verso il sacro e insincero confine orientale.
Dieci gradi centigradi la temperatura di assaggio per questo “Eclissi” ed i suoi 13 gradi di alcol, colore giallo intenso con una sfumatura verde non sottile. Naso floreale, consistente ma elegante, note di frutta, pesca e poi vince il picolit. Dolce.
Assaggio con ingresso carico ma composto, persistente e leggermente grezzo, bello nella sua struttura, pungente e immodesto. E’ un duemilacinque ed ancora il suo tocco di acidità è vivace, presente, molto gradevole. Persistente.
Un vino non facile da capire, bello però per la presenza egregia dei suoi sapori a temperatura così bassa. Voglio sentirlo ancora questo Eclisse, voglio sentirlo più giovane, mi interessa sentire quel picolit così presente al naso…..
Calo io, scala quaranta, acc.. mi sono incartato….poco male…prosit
.

domenica 15 agosto 2010

SARTORI CA' NOVA BARDOLINO CLASSICO DOC 2007: SENZA CEDERE ALLE MODE EFFIMERE


E’ un costante tentativo di questo blog stabilire frequentazioni fra il prodotto ed il suo territorio, qui è forte la convinzione che un prodotto così fortemente caratterizzabile come il vino sia naturale si faccia accompagnare dalla sua storia e dal suo terreno nonché dalla storia di chi ha calcato il suo terreno. Per alcuni questo concetto non è una convinzione ma è solo una miserina strategia di marketing per altri è invece una convinzione ed anche una strategia di marketing, nei due casi i risultati non sono nemmeno simili. Ho conosciuto Mr Sartori, lo ammetto, diverso tempo fa, è bello incontrare chi crede veramente in quello che fa e nella ineludibiltà del Terroir, chi coglie una convinzione e la fa diventare penetrazione di mercato, come dicono i Sartori ultima generazione “senza cedere alle mode effimere”.
Per continuare a leggere questo post clicca su Continua
.

Il nome Sartori è voluto fortemente legato alla storia del vino a Verona, quattro generazioni a coltivar viti puntando sull’indissolubile legame con la città scaligera, il suo territorio e la sua tradizione. Il legame con Colognola è storia. Sartori è anche presenza costante nei massimo organismi e consorzi locali e nazionali, una produzione “total verona brand”: amarone, recioto, valpolicella, bardolino, lugana, custoza.
Ho assaggiato diverse loro produzioni ma non ne ho mai scritto qui perché per loro riservavo il mio consueto atteggiamento riservato ai “grandi” marchi: la lettura di una loro seconda linea.
Niente degustazione di amarone e recioto per il brand Sartori su questo blog, almeno per adesso, niente letture sulle loro più famose produzioni, piuttosto la ricerca appunto di una loro “seconda linea”, scommetto che loro direbbero non esserlo; ecco quindi l’assaggio di una loro produzione pur sempre veronese al cento per cento: ho trovato e mi piace scrivere di Sartori Ca’ Nova Bardolino Classico DOC 2007.
Sapore di vintage per questo bardolino: uvaggio 40% Corvina Veronese 40% Rondinella 20% Molinara. Il resto è una lavorazione dichiarata nella consuetudine, salvo i “ripetuti rimontaggi” che daranno i loro risultati nel bicchiere, qualche mese di acciaio, un altro paio di affinamento finale ed il podere Ca’ Nova ha dato il suo.
Scende nel bicchiere, colore delicatamente rubino, una cosa senza esagerare; subito al naso arrivano i consueti sentori di frutta rossa accompagnati però da una sottile vena affumicata, un tocco di fumo che rende il tutto molto intrigante. Assaggio decisamente più corposo del consueto bardolino, la scelta di un uvaggio “vintage” si fa sentire, rimane comunque un assaggio armonioso con leggera persistenza che non va sotto il primo palato. Finale di buona acidità. Un vino che può reggere la sfida con il tempo.
Nel complesso una bevuta più consistente rispetto al consuetudine di gamma, il Ca’Nova resta comunque all’interno della area “vinino” che di solito fregia positivamente questo prodotto del Garda veronese, ma in zona cesarini.
Un altro buon colpo sparato dai Sartori, una seconda linea di tutto rispetto? Uhm … forse non è una seconda linea. Ah Sartori! Ci rivediamo con l’Amarone allora.
.

martedì 10 agosto 2010

UNA SERATA SUI COLLI EUGANEI: VINO DA EVENTO


L’occasione è quella di un evento mondano di fatto, un evento con tanto di ottima orchestra swing e tanta bella ggente (con due g) ma travestito da degustazione; una cosa estiva a metà tra la notte bianca e la notte in bianco nella comunque sempre splendida cornice di Villa Beatrice d’Este (nella foto a lato). E’ l’occasione per assaggiare ancora una quindicina di produttori vitivinicoli dei Colli Euganei, certi di questi più in linea con la serata vera che con quella proclamata di “degustazione” ma tant’è, lasciamo che a parlare siano le bottiglie. Alcune riflessioni, prima di una breve carrellata su alcune bottiglie, è però d’obbligo.
Per continuare a leggere questo post clicca su Continua
.

Il vino dei Colli Euganei sarà in futuro una sorpresa per molti, nessuno per ora ci ha messo davvero “il naso” dentro; il mercato, quello vero, non sa ancora che qui ci sono produzioni molto interessanti. I produttori euganei del resto sono ancora troppo amici della loro solitudine e della imprenditorialità di base per tentare veramente il grande salto ed i loro consorzi dovrebbero recuperare la forza (che non hanno) per tentare qualche emulazione. Una delle cose che mi sconvolge delle produzioni euganee è la loro presenza zero o rasente zero sui new media, un esempio? Non mi ricordo un blog che parli di colli euganei e poi fb Twitter ecc ecc..
Posto il solito serprino per il resto le produzioni sono un po’ tutte troppo “cariche”, una generale ricerca di tannini e di struttura, una corsa al forte che più forte non si può e poi legno e tabacco, persino i bianchi (pinot) sono caricati; una produzione esageratamente tendente al muscoloso che alcuni raccontano come “caratteristica”, ricordo le parole di un produttore che spiegava orgoglioso il suo cabernet come “una cosa che si può scambiare per un brunello”.
Molti gli assaggi, fra la bella ggente stupita di vedere uno con il taccuino in mano e pure non abbronzato, di questi non riesco fare a meno di tacere i seguenti.
FATTORIA MONTE FASOLO - RUSTA Rosso DOC 2008 - 65% Merlot 20% Cabernet Sauvignon 15% Carmenere – Bellissimo il colore intenso rubino, naso interessante, molto aperto e decisamente compiuto con frutta rossa a volontà, prugna e leggermente erbaceo, molto gradevole. Ingresso stuzzicante con sapori sottotraccia, persistente senza strafare, sufficientemente equilibrato con tocco di gradevole acidità finale. Da provare.
CONTE EMO CAPODILISTA - IRENEO Cabernet Sauvignon DOC 2007 . Una bella ricerca ma forse presuntuosa, naso anche dolce in genere colpisce per essere il meno marcato segno che qualcosa di nuovo qui c’è, ingresso corto, subito forte, molto aggressivo ma con una sua generale eleganza che ne fa un assaggio particolare. Il 2007 forse è ancora troppo giovane, aspettare per credere.
CALLEGARO FRANCESCA TRE FRAZIONI – Una cosa davvero molto bella per questo esempio di barriques che rivela però un garbo ed una gentilezza inusuale. Profumi fruttati con molta ciliegia ed un punto di dolcetto vanigliato che lo rendono un vino da…..naso! Palato subito tanninico ed allappante ma non stanca anzi invoglia la bevuta, persistente senza stancare. Un vino rosso strutturato ma che anche se gli togli un grado di temperatura riesce a dire ancora la sua. Un vino che aspetta solo la buona annata, l’affinamento è forse al top e forse è anche il migliore assaggio della serata.
VIGNALTA PINOT BIANCO DOC 2008 Un bianco che si fa due mesi sui lieviti segno della ricercatezza che la cantina euganea continua a mettere nelle sue produzioni. Questo pinot bianco di colore giallo e di naso floreale e garbato riesce ad essere una cosa molto buona. L’assaggio è subito persistente e forte ma presto si esaurisce per lasciare spazio ad una ampiezza fuori dal comune. Interessante. Forse il miglior bianco della serata.

Arrivederci Colli Euganei.

span>

sabato 7 agosto 2010

LAMBRUSCO LUSVARDI PRIMA EDIZIONE : VINO ROSSO SPUMANTE BRUT


Accolto il quotato consiglio dell’Aristide mi sono recato, durante una delle tappe che alimentano la mia giornata quando è emiliana, a Molino di Gazzata di San Martino in Rio (città d'arte) in quel del dominio di Reggio Nell’Emilia. Toc toc alla villetta con vista su vitigni, mi hanno aperto e sono entrato.
Sono entrato si in una cantina di produzione ma anche nel regno della passione di questa famiglia per la loro vite, nel racconto della loro tradizione, nella voglia di dare un volto importante ad un vitigno figlio della più sana tradizione popolare: il lambrusco.
Lambrusco quale ? Cinquanta e cinquanta Salamino e Grasparossa, questa la ricetta della Cantina Lusvardi.
per continuare a leggere questo post clicca su Continua

Scontato e già inoltrato l’assaggio del loro rosè la serata con amici ha voluto in tavola in assaggio la elegante bottiglia del loro LAMBRUSCO BRUT ROSSO SPUMANTE, uno charmat davvero interessante.
Mi piace come scende nel bicchiere, una spuma gradevole e copiosa subito sopita che lascia posto ad un naso denso di aromi di vite, lampone, un naso anche vinoso ma non troppo.
Il colore, per una strana inversione delle attenzioni, arriva dopo: un vino viola, si decisamente viola, con riflessi granati. Bello.
Un sorso e si entra in densità di commenti; uno spumante subito stuzzichevole con longeva acidità e buona salinità, garbato il finale, non c’è volume nell’assaggio e persistenza non così densa come ci si immaginava, Lusvardi ci regala un lambrusco che esce dalla tradizione del lambrusco pieno e corpo per dare un tocco di eleganza al salamino ed alla grasparossa.
Sono certo qualcuno troverà questo Lusvardi fin troppo elegante e magari poco strutturato ma in questo vale per tutti il commento di Cinzia, una appassionata dalle cose buone che la vite ci da, che sorseggia più volte e ci lascia un caustico “la spumantizzazione ci ruba i sapori un po’ no?”. Non vale così eh ? Questo dovevo dirlo io, in effetti il naso è più denso del palato. Cinzia tester di prima fila.
Lusvardi è alla sua prima edizione, la seconda è la raccolta del duemiladieci, siamo appena partiti e già il risultato sembra molto buono. Voglio esserci anche per le prossime. Schèrpa cômda, bichîr pén E tôr al månd còmm al v én