Questo è il wine blog di Stefano Il Nero, un contenitore indipendente, indisponente ed insufficiente di impressioni sul vino
ed il suo mondo.
Al centro il gusto, la tradizione, il territorio.

lunedì 1 agosto 2011

TERMENO, TRAMIN SCHIAVA DOC 2010. ROSSO PER L'ESTATE.

Ogni tanto  giro il bicchiere verso l'Alto Adige e, dispettoso come pochi, rimango in area tradizionale. Intendo dire che non gli do la soddisfazione, all'altoatesino, di mettere in bacheca uno dei nuovi vinetti/oni da aperitivone/ino che si è messo a fare nell'ultimo decennio, peraltro con meritato successo, e rimango in zona schiava...intendendo per schiava : vernatsch.
L'assaggio dedicato al mondo del Tirolo italiano è Tramin Schiava-Vernatsch DOC 2010, vino rosso estivo a dispetto delle convenzioni.
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Tramin è un noto brand da un milione e mezzo di bottiglie in zona Termeno, sul suo territorio e su quello di Ora, Egna e Montagna coltivano le loro vigne i 270 conferitori e proprietari della cantina.
Tramin è una realtà solida con una collezione vitivinicola completa derivata da 230 ettari di vigne, una cosa grossa rispetto alla media della provincia bolzanina e per questo merita una visitatina la sua schiava: chi mantiene bene la sua storia fa del bene a se.
Le uve di questa schiava provengono dalla “collina delle streghe” (“Hexenbichler”).
Colore rosso chiaro anche se solo leggermente torbidino  (era bello a vedersi se non si andava ad approfondire). Profumazione tipica di frutti delicata e leggera, decisamente elegantino al naso.
Bevuta leggera, piacevole ritorno del fruttato , dopo un primo ingresso si apre molto bene rivelando il bassissimo tannino , che c'è anche se poco poco ed è un piccolo pregio, con un finale minerale ed un tocco di acidità un po' scomposto. Forse un basso il contenuto di Lagrein regala a questa schiava il suo titolo più caratteristico e questo non è per niente male.
Questo è un vino, senza dubbio, se ne percepiscono le sue tipiche caratteristiche organolettiche e, nonostante un eccesso di eleganza che non fa per niente male ma non fa proprio "schiava", la cosa che piace di più e la leggera, gradevole persistenza diffusa ma non lunga che lascia dietro a se.
Un vino rosso consigliato a temperatura di 14-16° dal produttore ma che potete cominciare a bere anche 
 con un grado in meno e va davvero bene.
Una cosa buona, senza eccesso di pretese ma che vale la pena di seguire un po' di più. Bravi Tramin
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martedì 26 luglio 2011

LUGANA OTTELLA DOC 2010. SINCERITA' E POTENZA.

Lugana: capiamoci sul nome, il decreto del 1967 e le successive modifiche sostanziali del 1998, che istituivano e modificavano questa doc posta a cavallo tra la bresciana del Garda (Desenzano, Lonato, Pozzolengo, Sirmione) e quella veronese (Peschiera del Garda) parla di Trebbiano di Soave come vitigno ed aggiungeva "localmente denominato Trebbiano di Lugana". Però questa confusione di nomi non piaceva ai consorziati del Lugana i quali si sono battezzati recentemente il loro vitigno con altro: Turbiana. 
Sarò il solito malizioso ma credo che fosse quel termine "Soave", che ricorda concorrenza di pochi chilometri più in la, ad esortare questa aggiunta e, del resto, per dar credito al nuovo nome "turbiana" qualcuno avrà già trovato carte segrete che ne certificano l'uso fin dai tempi di Federico Barbarossa o chissà chi altro.
Il lugana che si è prestato all'assaggio oggi e che si becca cotanto sermone prima si possa parlare di lui è produzione veronese, Ottella Lugana DOC 2010.
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La turbiana eh? Identificato il vitigno diciamo che questo concorre per non meno del 90% a far scrivere "lugana" sulla bottiglia lasciando il restante 10% ad "uve provenienti da altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, raccomandati e/o autorizzati rispettivamente per le province di Brescia e di Verona presenti, nell'ambito aziendale". A voi il giudizio.
Anche di questo vino le bottiglie prodotte vanno a milioni (ultimo dato dice più di 7) ma soprattutto recentemente anche il Lugana ha avuto la sua rivisitazione di disciplinare che ha introdotto le due nuove qualità del Lugana Riserva e Lugana Vendemmia Tardiva.
Ottella rappresenta la tradizione in sponda veronese della Lugana ed è una azienda mediamente concentrata, oltre al Turbiana, che rappresenta oltre il 50% della produzione , su vitigni come Cabernet Sauvignon e Merlot ed altre specialità "rosse" del veronese.
Il suo Lugana Doc, di gradi alcolici 12, 5, è di un bel colore giallo paglierino con riflessi portanti verso l'oro, brillante e pulito. Naso profondo e stretto nei profumi agrumati, non eccessivo.
L'assaggio è subito pungente e molto minerale. Ingresso con buona apertura, gradevole, corposetto e pieno. Buona persistenza ed acidità finale importante. Lugana un po' troppo potente, (prepotente) gradevole si ma non elegante.
Il Lugana è un altro bianco "pesante" frutto della autorevole e soprattutto sincera produzione bianchista italiana; è un altro vino dove il terroir conta, eccome se conta, fatelo valere.
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mercoledì 20 luglio 2011

LA PODERINA DI SAIAGRICOLA: UN ROSSO DI MONTALCINO ...ASSICURATO !


Se vi dico SAI che vi viene in mente ? Non è abbastanza. Perchè io vi aggiungo "agricola" ed allora la musica cambia. Diventa Saiagricola e loro dicono di se ": Saiagricola è l'impresa di investimento in agricoltura del Gruppo Fondiaria SAI. La definizione appena data è senz'altro corretta, ma non rende sufficiente merito al lavoro di tutte le risorse umane che hanno contribuito a far crescere questa realtà fino a farla diventare ciò che essa è adesso...".    Olio, prodotti tipici della campagna e, soprattutto, vino, questo esce dalle quattro tenute Saiagricola. Oggi qui ne passa una delle quattro ma soprattutto passa un suo rosso importante: La Poderina Rosso di Montalcino DOC 2008
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La Poderina si trova a Castelnuovo dell'Abate, zona Montalcino, quindi zona di ampio dibattito (e scandali vinosi) di cui fin troppo si è parlato sulla stampa ma, ahime per il celebre marchio vitivinicolo, non è colpa della stampa, bensì.
L'ultima polemica riguardava proprio la variazione del disciplinare del Rosso di Montalcino che "qualcuno" voleva far passare dal 100% vitigno sangiovese al 85% minimo sangiovese ed il 15% altri rossi di Toscana. La cosa ha alimentato per mesi le polemiche montalciniane nel mondo, come se la denominazione "Brunello" ne avesse bisogno dopo gli scandali degli anni trascorsi, per poi concludersi in un nulla di fatto. Quando i bambini fanno oooohhhh.
La Poderina di questo non ha certo colpa ma su questo blog è d'uso passar da un assaggio per mestar chiacchiere, del resto di fronte ad un buon bicchiere.... .
Il vigneto della Poderina occupa 24 dei quasi 50 ettari di proprietà, alla cantina in questione piace esaltare il mantenimento di rese basse in campagna come esempio di cura e selezione e la "innovazione al servizio della tradizione": una mia amica direbbe "sta a vedere che il capo-cantina c'ha l'i-pad!!!"
L'assaggio della Poderina è volutamente caduto sul suo Rosso DOC che ha esibito subito un colore violaceo bello brillante, un naso un po' pesante, profondo il tipico fiore e qualche giro di lampone maturo, legnosità in fondo al naso.
Un assaggio pieno, allappante e di media consistenza. Decisamente persistente con tannino carico e determinato, bello il ritorno finale del fiore. Il solito rosso toscano che non fa sconti e non lascia dubbi. Meno muscoli del solito ma pur sempre struttura in evidenza.
Qualcuno a questo punto direbbe che manca di fantasia, io aggiungo che però c'è molta concretezza.
Un vino così non sfugge al suo compito, piaccia o no il compito affidatogli. Una assicurazione!  Ho fatto la battuta.







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mercoledì 13 luglio 2011

CONTI DI BUSCARETO: LE MARCHE DA GRANDI

Sergio è innamorato del suo lavoro, è innamorato delle colline che gli danno il suo vino, lo si capisce da come alza il bicchiere poi lo china, lo guarda compiaciuto e sorridendo chiede "allora?"; oppure lo si capisce da come alza il braccio e lo muove da parte a parte per indicarti la tenuta sotto di se, quel pezzettino dei settantacinque ettari dei Conti di Buscareto.
Sergio Francesconi è l'anima di quella cantina, poi alla fine mi dicono che è anche il capo delle vendite, ne ha duecentomila di bottiglie da portar a casa altrui, vabbhe ci sta, sorride troppo bene per essere l'enologo.
L'idea iniziale, quando Conti di Buscareto ha deciso di diventare grande, ed era solo il 2004, era concentrata sul Morro d'Alba, un vitigno marchigiano coltivato su soli 150 ettari del quale si parla poco ma che basterebbe da solo, con la sua lacrima, a "far grande" chiunque;  la consapevolezza che la gamma doveva essere totale ha fatto entrare nei piani anche il verdicchio. Cantina moderna ma equilibrata verso la qualità non verso la super produzione, qui si fa tutto ma affascina lo storage climatizzato, migliaia e migliaia di bottiglie a temperatura controllata: ottimo
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Sei tenute da Cartoceto a Morro, da Camerata ad Arcevia passando per Monte San Vito, la cantina è a Ostra. Sono le Marche del vino, i dettagli si sprecherebbero, la storia, dal XII secolo da oggi, è lunga ma quel che conta per queste denominazioni è il futuro. Troppo consumo interno per varietà che meritano altri respiri, nuovi orizzonti, ma ci vuole testa alta e coesione fra produttori, male italico.
"Basta chiacchiere, assaggiamo due cose insieme", l'accento marchigiano svolazza, cominciano le due ore più belle passate nelle Marche, parte l'assaggio dei "Conti di Buscareto".
ROSE' BRUT - Il via lo da questa lacrima nera 100% vinificata in bianco e spumantizzata con metodo charmat. Color rosa antico (elegante); ampio al naso di rosa (il fiore). Al palato un po' più scarico, vino strutturatone non sempre equilibrato, spalla acida persistente, ben gradevole il finale leggermente vinoso.
BIANCO BRUT - Ho promesso a Sergio che ne parliamo ancora di questi nomi semplici e composti, sicuramente fanno bene al cuore, speriamo che rendano bene l'idea anche al consumatore. Questo 100% verdicchio di 12 gradi alcolici passati in charmat ha un colore bianco e riflessi verde mela acerba. Un po' basso al naso si apre in bocca velocissimo, scende subito la sua sapidità lasciando la chiusura amara dietro di se. Non ampio, un po' involuto però bella questa bevuta secca e decisa.
VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOC 2010 - Ecco il pezzo di storia, l'autoctono marchigiano. Il Soverchia, l'enologo, ha stabilito per lui dopo che l’uva viene raccolta manualmente, selezionata “sul ceppo”, riposta in casse “a basso strato”, subito portata in cantina per subire una pressatura soffice a grappolo intero, altri 5 mesi di acciaio e 2 di affinamento in bottiglia. Colore verde chiaro, bello, inusuale. Fiori bianchi al naso, eleganti, strutturati con il finale di mela, un naso composto e di ampia gradevolezza. Equilibrato poi con l'assaggio subito sapido, strutturato nei suoi 13 gradi alcolici ed un finale amarognolo ma raffinato. Un bianco vero, bello, sincero. Ottima scoperta dal Conte di Buscareto.
AMMAZZACONTE - Anche lui 100% verdicchio ma la sua strada è complicata. un 10% si fa sei mesi di fusto di rovere il resto è in acciaio, l'inox totale fa 15 mesi ed alla fine la bottiglia affina altri 5 mesi della sua esistenza. Il suo colore è giallo paglierino con riflessi tenui verdi. Naso floreale con passaggi delicati di vaniglia e più scomposti di crosta di pane. Pungente al naso , lo si ritrova così anche al palato, corposo nella sua sapidità. Finale amarognolo tipico e buona acidità. Un vino difficile, un po' duro, forse fuori dal contesto tipico del verdicchio ma forse proprio per questo bello da assaggiare, curioso. Da provare.
LACRIMA DI MORRO D'ALBA 2009 DOC - Questa denominazione deve essere composta all'85% minimo dal vitigno lacrima con l’aggiunta di Montepulciano e/o Verdicchio nella misura del 15%. Il Conte di Buscareto è 100% lacrima, in purezza: il culmine della tipicità marchigiana. Dopo la manolattica 8 mesi in piccoli tini di rovere e poi altri 3 in bottiglia. Colore viola e rubino, subito sfuggente. Profumazione ampia, corposa, complessa, frutti di bosco e pepe. Tanto pepe garbato in evidenza. Al palato mantiene mora e mirtillo e spezie, si apre con corpo rotondo ma non eccessivamente pesante, un vino caldo, morbidone e persistente con tocco appena dolce vanigliato sul finale. Bello, tanto bello. Il top qui dal Conte.

ROSSO PICENO DOC 2009 - 70% montepulciano e 30% di sangiovese per questo rosso doc. Colore rosso, naso bello di ciliegia matura e prevalente di belle spezie. Assaggio più semplicione, un po' troppo tanninico, media struttura, gradevole ma senza strafare. Un po' inespressivo.


Continuo con la evoluzione della giornata ? Bhe.... allora.... le tagliatelle fatte in casa con ragù a base di fegatini e .............. .
Arrivederci Conti di Buscareto.

Sergio Francesconi

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martedì 5 luglio 2011

E' OTTIMO IL VERDICCHIO DOC CLASSICO SUPERIORE DI ANDREA FELICI !!

Continua la caccia al verdicchio, sto girando nelle Marche a caccia di questo vitigno che così bene interpreta, pur strutturato e “denso” quale spesso si ritrova, la armonia della estate.
Oramai ne ho fatto una buona esperienza ed ho scoperto, cosa da prima elementare ma io fin qui sono arrivato, che mettere al fresco un verdicchio non è cosa semplice. E’ un bianco si ma ha una sua temperatura di assaggio non prescindibile, 12 gradi secondo me, pena farne scomparire caratteristiche e sontuosità varie che altrimenti questo vitigno ti sa dare: forse per questo nelle Marche parlano di verdicchio come vino bianco con le caratteristiche del rosso. E' stato un successo l'assaggio di Cantina Andrea Felici ed il suo Verdicchio Castelli di Jesi DOC 2008 Classico Superiore.

lunedì 27 giugno 2011

SARTARELLI ED IL VERDICCHIO DOC 2009. CLASSICO.

Non è facile entrare in una enoteca del nord italia di medie dimensioni e trovarci ben tre brand di verdicchio uno in fila all'altro. Il verdicchio non ha "un nome", è un vino talmente tanto friendly là dove lo fanno da averlo reso poco "speciale" fuori dai suoi confini tipici. Ho chiesto bianco , ho chiesto verdicchio, l'enotecaio ha guardato le tre scelte che aveva sotto il naso e mi ha dato Sartarelli, chissà che calcoli si è fatto per scegliermi la bottiglia ma va bene così.
E' grazie a questo elaborato e tortuoso percorso di ricerca che oggi mi trovo a parlarvi di Sartarelli Classico Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2009.
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Il verdicchio ha una storia curiosa, forse sarebbe meglio parlare di ipotesi di storia, rimane curioso il fatto che così si parli di questa specialità marchigiana. In più testi infatti è citata la analogia riscontrata su questo vitigno con il Trebbiano di Soave. La cosa ha fatto supporre a molti che il verdicchio non sia altro che una importazione di vitigno realizzata da popolazioni sopraggiunte nelle Marche dal Veneto nel quattrocento a seguito di una tremenda epidemia.
Sartarelli invece è azienda nata negli anni settanta, si trova a Poggio San Marcello, copre sessanta ettari di cui una parte ad oliveti, così come si fa nella bella terra delle Marche.
Ho messo sotto il naso il loro 100% Verdicchio prima di tutto per smentire coloro per i quali l'estate chiamerebbe solo bianchi senza spessore e un po' malaticci di grado alcolico e poi per cominciare a dare il giusto spazio a questo territorio così bello e un po' dimenticato sul piano della critica vitivinicola.
Bello il colore di questo verdicchio, giallo cupo con riflessi smaccatamente verdini, un vino che ti guarda con una intensità inusuale. Grado alcolico a livello "13", al naso però niente di lui, solo pesca in solenne evidenza e fiori bianchi in genere con un finale leggermente affumicato.
All'assaggio è pieno e di buon corpo, ampia sapidità e ritorno floreale; prima di lasciarsi ad una chiusura non veloce e asciutta questo verdicchio mette in evidenza un passaggio pesantino di amarognolo, un po' sgraziato in questa fase, chiude bene però. Piacevole.
Mi ci devo impicciare di più con le Marche


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venerdì 24 giugno 2011

MONICA PISCIELLA DI WINEUP SULLA TRASPARENZA E SULL'APPELLO DI FILIPPO RONCO

La questione "Filippo Ronco e la trasparenza in rete" ha avuto strascichi anche polemici non tanto sulla riflessione generale ma sul fatto specifico per cui è nata : #barbera2. Stefano Il Nero non di questo si è occupato ne si occupa.
Monica Pisciella di Wineup ha però realizzato sotto il mio post originario un lungo commento relativo allo specifico fatto di #barbera2.  Per la sua lunghezza e per  la vastità dei contenuti espressi da Monica mi pare opportuno, in via straordinaria,  riportare integralmente a mo' di post questo commento lasciando a voi, se vorrete, le osservazioni.  Un salutone  -  Stefano Il Nero -

Ciao Stefano,
Sono Monica Pisciella, in rete più conosciuta come Wineup, vivo a Torino e sono un consulente di marketing e comunicazione.  Insieme a Gianluca Morino, produttore di barbera proprietario di Cascina Garitina, oltre che sponsor ed ideatore di #barbera2, (e ad altri) sono anche una di quelli su cui è appena stata tirata una spolverata di .....addosso nel post di Filippo Ronco che tu citi in questo post.
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Sono stata anch'io una blogger del vino. Dico sono stata, nonostante il mio blog Wineup  sia tuttora attivo, poiché causa impegni di lavoro riesco a seguirlo sempre meno e sicuramente non come vorrei. Ricordo molto bene però quale fosse l'etica del blogger a cui mi sono sempre ispirata e di cui peraltro ho anche scritto molto tempo fa in questo articolo dove ben più di un anno fa mettevo in luce, con le parole di Robert Parker jr, la necessità che il blogger fosse uno scrittore coscienzioso, che facesse ricerca e testimoniasse la propria opinione solo dopo essersi adeguatamente informato. “Le persone” , disse Robert Parker jr, “vogliono commenti personali, ma anche equità, equilibrio ed informazioni accurate”.
La stessa etica che mi accompagna peraltro in ogni cosa che faccio
Non nascondo quindi un certo stupore nel notare che chi oggi si pone nel ruolo di moderatore (peraltro non presente a #barbera2) e porta in piazza tutto questo fango non abbia prima interpellato tutti i diretti interessati al fine di verificare se fossero d'accordo a parlarne pubblicamente, e che prima di scrivere non abbia proceduto ad ascoltare senza pregiudizio entrambe le campane, e non solo quella amica, prima di procedere ad un processo sommario.
È un po' triste vedere che quando si cerca di fare qualcosa di diverso, ma soprattutto di dare vero potere alle persone che non fanno parte del solito giro dei wine bloggers, succede tutto questo putiferio. È un fatto che da tempo si parla in rete di degustazioni dal basso, ma forse mai nessuno si è chiesto chi vi prenda parte. Se da un lato, infatti, è necessario che ci sia una componente di “esperti” in grado di valorizzare le caratteristiche dei principali vitigni, dall'altro mi chiedo come sia possibile che ci siano sempre E SOLO le stesse persone, oppure nuovi adepti ma sempre amici degli amici.
Questo sistema a mio parere non è sano, né per il mondo dei blogger né per il mondo del vino, poiché dà origine a gruppi chiusi che si sentono depositari delle regole e della verità e ad un mondo del vino in balia del giudizio e delle simpatie personali di poche persone.
E questo è anche il nodo della questione #barbera2 a mio parere.
Al di là delle opinioni personali, è un fatto che il risultato professionale di #barbera2 è stato indubbio, inattaccabile, e sotto gli occhi di tutti. Come ogni volta che qualche cosa turba un equilibrio preesistente ed è inattaccabile dal punto di vista professionale, anche questa volta naturalmente si è passati al subdolo attacco personale. Devo dire che a mio parere, con il tempo, questo di solito si ritorce contro chi lo fa, anche perché a volte è fin troppo facile osservare che proprio chi accusa con le parole, nei fatti si rende egli stesso per primo colpevole di ciò di cui accusa gli altri.
Nessuno di voi si è chiesto finora come mai queste accuse a #barbera2 vengano proprio da chi ha organizzato #barbera1?
Il tempo dirà chi spettegola, chi scredita, chi fa avvertimenti più o meno espliciti; dirò di più, a mio parere il tempo dirà anche chi usa lo strumento del blog in modo corretto e chi in modo strumentale a ripicche e vendette personali, chi usa Twitter come strumento di comunicazione e chi come mezzo per isolare o coinvolgere le persone in finti rapporti, che a ben guardarli altro non sono a volte se non piccoli e anche abbastanza puerili giochi di potere.
Ho trovato un punto particolarmente interessante nel tuo post, quello in cui parli dei ruoli.
A mio parere l'appassionato ed il professionista hanno ruoli ben diversi e separati. Sicuramente renderebbe tutto più semplice se ci fosse trasparenza e coerenza prima di tutto tra ciò che uno è ciò che uno vorrebbe essere
. Nella vita credo sia necessario e fondamentale scegliere chi e cosa si vuole essere e poi però mettersi davvero a lavorare e a fare per diventarlo.
Con questo non dico affatto che un appassionato non possa un giorno trasformarsi in un professionista, poiché è esattamente il percorso che ho fatto anch'io, dopo la laurea in economia con una tesi in marketing del vino. Perché questo mondo mi appassionava e parecchio. Dopo lo studio mi è toccato un lungo periodo di gavetta, in cui ho imparato molto. Non mi sono mai lamentata e non sono mai stata invidiosa, non ho soprattutto mai sparato sugli altri, anzi ho sempre cercato di lavorare sodo, senza risparmiarmi, usando anche la notte e le vacanze, e di imparare da chi ne sapesse più di me. Ma questa strada è faticosa, quanti sono disposti ed hanno voglia di percorrerla?
E se da un lato è un fatto che molto spesso l'appassionato accusi il professionista di essere un markettaro, sottoponendolo così a giudizio come se non si potesse essere appassionati e professionisti insieme, è altresì vero che purtroppo l’appassionato, finché non decide egli stesso di dedicare tutte le proprie energie e le proprie risorse prima a prepararsi e poi a diventare un professionista, resterà pur sempre uno che vorrebbe forse fare tante cose ma che purtroppo talvolta non ne è nelle condizioni, vuoi per motivi di tempo (se fa un altro lavoro è ovvio che si può dedicare al vino solo parzialmente) e a volte anche per mancanza di competenze ed esperienza nel fare o nel gestire o nel pianificare attività complesse. E questo non è certo colpa dei professionisti.
Oppure si sceglie di essere appassionati e basta, che credo sia la condizione in cui si gode maggiormente della dimensione ludica e giocosa del vino e del cibo. E allora la si vive con serenità, come vedo fare dai blogger, e sono tanti, che non sentono il bisogno di prendersi troppo sul serio.

Grazie Stefano per lo spazio che mi hai dedicato.

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lunedì 20 giugno 2011

FILIPPO RONCO E LA TRASPARENZA NEL WINE WORLD WEB.

Ed infine la montagna invece di accontentarsi del topolino venne giù a valanghetta e si tirò dietro un bel giro di polvere e rabbia, delusione e carica emotiva, grinta e sincerità, tutto misto ad una sana voglia di ripartire. Filippo Ronco, l'uomo di Vinix, l'uomo di  "scioltezza ragazzi, che la vita è breve"  ha sonoramente sbottato.
Un post da incorniciare il suo, apparso sul suo Vinix, titolo emblematico "Le parole che non ti ho detto", nato da una vicissitudine di cui poco importa e di cui parla lui stesso marginalmente ma che gli serve per dire a tutti, per urlare sommessamente (non fosse sommesso sarebbe cosa mia e non sua) che il wine web world non è trasparente. Eccolo il Filippo da battaglia "Sono sempre le persone a far casini. Son cose sotto traccia, lunghe, in combustione da tempo. E' colpa della nostra mancanza di trasparenza".
Il mondo per un attimo non è più rosa, la rete festante gioiosa, allegra, spensierata e giovane diventa per un attimo, se non proprio un ricettacolo di ipocrisia, un posticino dove la doppiezza è di casa. Si potrebbe parlare di scoperta dell'acqua calda ma, considerato l'autore del suddetto post e sopratutto il vero dispiacere che gli sarà costato dover scrivere così, è giusto portare rispetto.
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ll Filippo non le manda a dire e, se qualcuno ancora non avesse capito cosa vuol dire, prende a calci la sintesi e scrive: "E' sotto gli occhi di tutti che spesso in rete si tende molto democristianamente, per opportunismo o altre motivazioni, a mantenere buoni rapporti con tizio e caio, anche se li si è visti una volta per sbaglio, facendo i simpatici, rilanciando alle battute, sostenendo idee e progetti altrui magari con la speranza di avere qualcosa in cambio ".
In pratica il Ronco dice trattarsi di falso ideologico fatto strumento di relazioni personali ovvero quanto di più aberrante si possa dire di una "comunità", tanto più se gioviale e moderna, innovativa e "vicina" come qualcuno sostiene sarebbe quella degli internauti del vino.
Il Filippo Ronco però non la chiude così e, prima di alzare al cielo un rassicurante calumet della pace, insiste:"Questo è quello che incrina le relazioni nella rete. La mancanza di trasparenza. Perché prima o poi un rapporto finto emerge in tutta la sua dirompente inconsistenza". Già.
Perchè io rilancio questo post di Vinix? Perchè credo sia tutto vero, credo che Filippo Ronco abbia detto cosa sana e giusta e poco importa se non cambierà nulla o poco, è bello sapere che questo pezzo rimarrà li, scolpito su Vinix, a disposizione di tutti. E' bello che lo abbia scritto anche perchè è  un po' come il "tanaliberatutti" di quando si giocava a nascondino.
Certo è vero io rilancio il post di Vinix anche perchè  rende giustizia a molti post controcorrente di questo blog (e non solo) scoperchiando in un colpo solo tanti post autoreferenziali o debordanti di complimenti incrociati che arredano il wine web world da molto tempo ormai.
Tutto bene Filippo ma una confusione la continui a fare, la confusione dei ruoli che c'è nella rete: produttori e marketing man, giornalisti e consumatori, sommeliers ed enologi, tutti uguali e tutti amici. La rete appiattisce e silenzia la realtà, il vero motivo per cui uno è li.
Così alla fine il tuo " Allontanatevi da chi non rispettate e seguite chi amate" è troppo,  specialmente per certuni, perchè ai mercanti non si chiede la sincerità, ai mercanti si chiede solo merce buona
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giovedì 16 giugno 2011

SANGIOVESE, ROMAGNA E SOTTOZONE. FATTORIA DEL MONTICINO, ROSSO DI IMOLA

La questione sangiovese, di romagna intendo, non è abbastanza dibattuta. Ultimamente noto qualche inciso di Claudia sulla rete che cerca di stimolare attività di tipo "unitario", una visione d'insieme sul prodotto, fino a proporre alla rete la sfida "trova un testimonial per il sangiovese di romagna".
A questo sangiovese, chi legge qui già lo sa, io mi ci sono appassionato ed ogni tanto mi esce una bottiglia, spesso ritrovata direttamente sul territorio, che rincicciona le pagine di questo blog.
La Fattoria del Monticino Rosso sta sotto Imola, esattamente vicino a Dozza, ha due poderi, quello del "Monticino Rosso" fa parte dei 15 ettari a vigneto sui quali il fattore si diletta con buona parte della varietà locale: Albana, Trebbiano, Pignoletto, Sauvignon e Sangiovese appunto.
E' passato all'assaggio dal Monticino Rosso il Sangiovese di Romagna Superiore DOC 2009.
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Tredici gradi alcolici ed un po' si notano anche se non al naso e questo è già un buon inizio, almeno per me. Colore viola, molto viola, decisamente viola, riflessi di grande brillantezza.
Già al naso subito molto corposo, vinoso, sensazione di calore, fiori tipici con profumazione carica, scevra da eleganza.
Assaggio con bevuta ampia ma non esagerata, corposa ma non troppo , pungente, palato solo leggermente coricato da tannino, tondo , grossolanamente gioviale. Una gradevole punta di acidità sul finale prima di notare la sua leggera persistenza.
Un buon sangiovese, meno "romagnolo" di altri forse ha sfruttato fino il fondo il disciplinare e la sua proporzione "85% sangiovese e 15% altre da bacca rossa della zona", alla fine anche questo è un vino ben caratteristico, impostazione buona.
La storia della "difesa" dei prodotti vitivinicoli di Romagna, al centro ovviamente il suo sangiovese, inizia all'inizio degli anni sessanta e, per quel che ne so io, ha per epicentro Faenza: è inizialmente anche una questione politica, è la ricerca di una denominazione comune della difesa dei prodotti di un intero territorio.
I giorni nostri invece figliano parcellizzazioni e suddivisioni, come la questione delle sottozone: Predappio, Bertinoro, Faenza, Imola, Alto riminese. Tanto per rendere tutto realmente più difficile forse alcuni auspicano le sottosottosotto-zone e magari la DOC per ogni singola cantina così non se e parla più: secessione sia.
Il Sangiovese di Romagna è un vino che ha bisogno di aria, soffoca circondato com'è dalla nomea del suo cuginetto toscano e dalla immagine di Romagnaugualemaresolediscoteca  che quasi mai riporta gli ottimi prodotti della terra e la incantevole determinazione paesaggistica delle sue colline.
Il Sangiovese di Romagna ha bisogno di aprirsi al mondo, guardare alla promozione ed alla rete internet, guardare alla esportazione e non solo al consumo
 locale, guardare molto più avanti, più avanti ......più avanti anche del chianti.  Ecco che l'ho detta!!!
Amici di Romagna datevi una scossa e la prossima commissione invece che sulle sottozone fatela sulla scelta del testimonial, ha ragione Claudia.
Grazie comunque al Monticino, sottozona di Imola, per l'assaggio e la compagnia a tavola ed anche per avermi dato modo di parlare ancora del sangiovese di Romagna, sottozona del mondo.
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giovedì 9 giugno 2011

NIPOZZANO CHIANTI RISERVA 2006 DOCG: BELLA COSA DI VIOLA E VANIGLIA

Il Consorzio Chianti della Rufina è elemento giovane del panorama consorziale toscano, non sono ancora tre anni infatti che il suddetto ha ottenuto l’incarico da parte del ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali a "svolgere funzioni di tutela, di valorizzazione e di cura generale degli interessi connessi alla sottozona del vino Docg Chianti Rufina”, altra denominazione nel mare della Toscana divisa fra castelli, contadi, borghi, borghetti, consorzi e consorzietti tutti rigidamente l'un contro l'altro armati.
Per parlare di Rufina oggi ci si affida al Marchese di Frescobaldi, ci si intrufola fra i 600 ettari della Tenuta di Nipozzano e l'assaggio si dedica al suo Chianti Riserva 2006 DOCG.
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Questa bottiglia mi era arrivata la prima volta in tavola a casa di amici , piaciuta e svelatomi il segreto dell'acquisto da parte dell'ospite, me la sono procurata, cercato l'abbinamento adatto (carne rossa su griglia) e finalmente stappata.
I gradi alcolvolumetrici della Riserva Nipozzano 2006 sono ragguardevolmente a tredici virgola cinque ma non se ne avverte in nessuna fase della sua degustazione un fastidio e tanto meno si nota presenzialismo alcolico, buon segno.
Colore scurogonolo, vinaccia violacea, riflessi intensi. Sensazioni olfattive ampie di fiori, viola in piena evidenza con sentori ancora giovani, subito a seguire il dolce della vaniglia confusa in una leggera sfumatura di amarena, tocco di legnosità finale. Una bella esposizione al naso che ti invoglia a sentire e ritornarci ancora su.
Al palato è veloce, di beva non corposa, forse anche troppo scivoloso. Bassa incidenza del tannino, è un bene o  un male ? Cosa va di moda adesso? Scherzi a parte a me così piace, un tocco in più e non era Rufina.
Nel complesso l'assaggio ha decretato buona gradevolezza ed ampia riconoscibilità nella sua denominazione, una cosa quindi da prendere in buona considerazione.
Questo Nipozzano è un 90% sangiovese ed un 10% ,altre uve locali (Malvasia nera, Colorino, Merlot, Cabernet Sauvignon), che è stato affinato per 24 mesi in barriques e 3 mesi in bottiglia.
Volete sapere il segreto del mio amico ? Lo aveva acquistato in GDO.
I soci del Consorzio Chianti Rufina non so se arrivano a venti, Nipozzano del Frescobaldi è ok, avanti un altro e buon chianti a tutti voi.


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