Questo è il wine blog di Stefano Il Nero, un contenitore indipendente, indisponente ed insufficiente di impressioni sul vino
ed il suo mondo.
Al centro il gusto, la tradizione, il territorio.

lunedì 13 settembre 2010

WINE-BLOGGER PROFESSIONALIZZATI E LA RETE IN SILENZIO


Essere blogger è concetto difficile da trovare persino sul vocabolario; esserlo parlando di un “prodotto” è cosa pure molto delicata. Il prodotto in questione è il vino ed i blogger a cui mi riferirò sono quelli che vi trovate in rete senza molto dispendio di energie. Sia chiaro quindi che qui non vale il gioco “fuori i nomi”,a quelli ci pensate da soli, io voglio fare qualcosa di più: raccontarvi degli ex-wine-blogger o, meglio, dei wine-bogger professionalizzati (o quasi)..
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C’era una volta questi wine-blogger che si mettono a scrivere in rete di sensazioni intorno al vino; a ripetizione sparano post su solforosa e tannino, sull’autoctono e sull’uvaggio e giù via con una quantità di post sui loro assaggi migliori e, udite udite, anche sui peggiori. Scrivono lanciandosi messaggi “importanti”, sottolineano ad ogni piè sospinto la libertà di essere blogger (secondo me una stupidaggine stellare), la capacità della rete di “dire solo la verita” (questa era la miglior bugia) e tante altre cose veramente geniali e belle insieme ad alcune inevitabili sciocchezze figlie del disincanto e della “amatorialità” del gioco.
In questo periodo il wine-internet è percorso da fremiti: idee importanti e preziose girano in rete, perle di novità gratuitamente a disposizione di tutti sulle quali tutti discutono. Si dibatte parecchio, da un blog all’altro partono frecciate e contro frecciate, botta e risposta , proposte e controproposte: internet ad alta fermentazione. Il wine-blog trionfa sul silenzio del settore vitivinicolo.
Arriviamo allora ai nostri giorni, l’epoca appunto della professionalizzazione. I blogger di cui sopra entrano nel settore direttamente, alcuni dentro mani e piedi altri aspirano solo ad entrarci ma l’atteggiamento inevitabilmente in entrambi i casi muta profondamente. Alcuni diventano quasi-giornalisti o giornalisti, quelli che giornalisti lo erano smettono di fare i blogger spesso inconsciamente; in genere sono la comunicazione ed il marketing ad abbracciare ed inglobare queste nuove leve.
Sono meno di una decina i neo-professionalizzati ma il peso sulla rete si sente.
Cala il livello di interlocuzione, chi ha una buona idea se la tiene per venderla, i dibattiti scemano, nessuno discute più con nessuno. I nemici dichiarati continuano ad esserlo ma dietro una spessa patina di amicizia, spariscono le polemiche, in rete oggi come oggi hanno pressappoco tutti ragione e se qualcuno dice qualcosa che non piace si fa mediamente finta di non averlo visto. Interi argomenti scompaiono dai loro blog, chi cancella il banale per dedicarsi all’effimero, chi si è professionalizzato su altro blog e quindi imbavaglia un po’ il suo, chi scrive ancora di vino “liberamente” prendendosi appunto la libertà di non dire mai cosa pensa, chi le dichiarazioni le fa fare agli altri e chi “cambia pubblico” e scrive in inglese ( il popolo della birra ringrazia) prendendosi una fetta di pubblico fra i più somari del mondo ma si sa l’erba del vicino è sempre più verde
Tutte cose belle e legittime per carità, passaggi anche molto intelligenti ma non riesco a non dire a proposito delle bandiere gloriose di questi blogger di ieri che se la mitica “libertà di scrivere” aveva un prezzo qualcuno lo ha pagato.
Questo è accaduto e io mi sono arrogato l’onore di farne la cronaca (abbiate pietà).
Capitemi bene però, la professionalizzazione di questi blogger mi trova perfettamente d’accordo, apprezzo sinceramente il loro lavoro ma sapete perché ho scritto questo pezzo? Qualche sera fa un amico mi raccontava di aver letto sul blog XYZ delle cose e però non si spiegava perché quel blogger, che lui leggeva da tempo non ne avesse aggiunte altre che….la risposta era nota : professionalizzato!
Aggiungo poche righe estratte da Internetgourmet e da un pezzo scritto dal Direttore di Euposia Beppe Giuliano rivolgendosi da giornalista della carta stampata al mondo blogger: “Senza la componente editoriale, il nostro schifosissimo know how, rimarrete a raccontare gratis sul web il mondo del vino con tanti ringraziamenti da parte dei vignaioli, dei distribuiti e degli agenti…di tutta la filiera che guadagna, insomma, sulle vostre spalle. Mi spiegate perché regalate il vostro ingegno?
Io pensavo non fosse questo il problema di un blogger ma visto il tutto devo ancora rifletterci su, resta il fatto che il mondo dei wine-blogger è in piena crisi di contenuti, forse il perché l’ho scritto sopra ma forse non basta ancora.

C'è chi l'amore lo fa per noia / chi se lo sceglie per professione/ Bocca di Rosa né l'uno né l'altro/ lei lo faceva per passione.” (Fabrizio De Andrè)

martedì 7 settembre 2010

IL RUGBY VENETO E LA CELTIC LEAGUE: LA SPOCCHIA AUTARCHICA DI TREVISO E LA MIOPIA COLLETTIVA


Finalmente spiccato dal rugby veneto il volo celtico con la prima (vincente) della Benetton Treviso nella Magners Celtic League, un campionato così a lungo agognato da essersi molti trevigiani quasi convinti di aver fatto tutto da soli.
Contenuti rugbistici a parte a molti non è sfuggito il tentativo trevigiano nell’accreditarsi, per questo nuovo campionato, come “franchigia” sportiva veneta senza volerlo essere veramente.
Il vestitino di franchigia è stato indossato dal Benetton Treviso per passare il turno FIR (secondo turno) di ammissione alla coppa celtica in sostituzione della malcapitata Roma, risulta utile spiegare che per franchigia si intende (lo intende la Celtic League e la FIR) un fattore sinergico di intenti e collaborazioni sportive (nonché societario) per dare rappresentatività sportiva ad un certo territorio.
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Avuta l’ammissione alla competizione nord europea, con il concreto aiuto di tutto il mondo del rugby veneto, Treviso ha cominciato a macinare su come proseguire ad apparir cotanto (franchigia) senza doverlo essere in alcun modo. Il sogno autonomista di Treviso è noto da tempo immemore, distante dalle altre società di pari rango, distante dalla FIR, distante da tutti la Benetton Treviso si riavvicina per convenienza ed a tratti, convinta di una sua superiorità che, è giusto e realistico ammetterlo, nel tempo ha dimostrato di avere eccome. Superiorità sterile però visto che ben poco ha fatto fiorire intorno a se a parte se stessa.
Arrivato ora il celtico traguardo la parte trevigiana trova però difficile da sostenere la propria autarchia, c’è bisogno di mettersi quasi ogni sabato il vestito buono, essere franchigia, essere squadra di tutti anche chiamandosi “solo” Treviso.
Ecco allora la conferenza stampa di presentazione inizio Celtic League carica di toni regionalistici, oratorie da “rappresentante” del leone, ma non quello benettoniano classico bensì di quello di San Marco, e mille altre manfrine di auto-accreditamento.
Ecco la dirigenza del Benetton Treviso, Munari incluso, sventolare sul campo di gioco nell’immediato post partita del primo incontro celtico con gli Scarlets. un grande bandierone con il Leone di San Marco.
Preso da pazzia mi faccio due domande.
Ma se tanta era la voglia di essere franchigia perché la Benetton non si è fatta una nuova società sportiva magari intitolata proprio all’amato leone del Pax Tibi in collaborazione, che ne so, con le altre società rugbistiche di rango del Veneto? Avrebbe potuto anche detenerne la maggioranza. Risposta semplice: Perché Treviso non vuole e mai ha voluto altri fra i piedi per questa ed altre avventure, questa è strategia legittima un po’ spocchiosa ma assolutamente legittima. La vena di autonomia/autarchia che bagna la Marca è senz’altro frutto di una superiorità organizzativa che per Treviso è anche un limite, il limite campanilistico e non solo di una Società sportiva che non vuole mai essere partner ma solo guida.
Seconda domanda.
Le società sportive maggiori del Veneto cosa pensano di questa politica trevigiana, ne sono almeno indispettite? Posto che per sapere veramente cosa pensano certi presidenti di certe titolate società del rugby veneto non basterebbe Mago Merlino nel giorno della sua migliore congiuntura astrale, diciamo che molti credono (ed io sono fra quelli) faccia molto comodo l’atteggiamento attuale della Benetton Treviso a tutte (o quasi) le maggiori Società sportive della regione.
Per queste ultime infatti significa avere sul territorio un progetto importante (la Celtic League appunto), non pagarne più di tanto dazio, mantenere almeno formalmente il proprio spazio locale-decisionale-politico-gestionale pressoché intatto, mantenere quindi il controllo sul minimo del proprio orticello ed aspettare che il tempo regali opportunità e decisioni diverse. Stiamo tutti insieme, dicono Treviso e gli altri, ma poco poco però, tutti “franchigiati” nella forma ma slegati nella sostanza. In sintesi: una cosa poco poco seria, tanto per essere cortesi.
Miopia allo stato brado cavalca irrefrenabile sulle praterie del rugby veneto, tanti auguri a noi.
Pax Tibi
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domenica 22 agosto 2010

LA SCALA QUARANTA PENSANDO A NIMIS: LA RONCAIA BIANCO DOC ECLISSE 2005


Devo parlarvi della Roncaia lo so, lo dice il titolo lo so, non posso però esimermi prima da una riflessione. Lo scorso anno stavo qui a scrivere di “vinino”, la cosa andava molto. Giù e su per la rete non si parlava d’altro, la cosa del vinino sarebbe poi culminata nel Vinitaly 2009, antichi fasti un po’ scomparsi. Quest’anno la mia riscoperta è ben poco vitivinicola, quest’anno infatti mi affido alla scala quaranta. Non sto scherzando, la cosa riscuote , pur consistendo nella mia sola ristretta cerchia di scalaquarantisti estivi, molto più successo di un qualsiasi argomento vitivinicolo nel mondo internet: un mondo silenzioso, in piena evoluzione o involuzione? Sicuramente in crisi. Io allora, come altri e soprattutto a differenza di troppi altri, non rinuncio all’assaggio fresco estivo e questa volta niente vinino, mi affido alla scala quaranta e ad un friulano impertinente: La Roncaia Bianco DOC Eclisse 2005.
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La Roncaia è Fantinel, marchio importante; la bottiglia del nostro duemilacinque invece è un po’ più grezza, più semplice, più vera….più…..più…..più ”furlana”!
Il Friuli di cose di alto livello ne fa molte. Questa forse non è il top ma è però degno rappresentante della intensità delle cantine friulane nel voler esprimere sempre il meglio: un bianco 90% sauvignon 10% picolit, due uve raccolte fra la fine di settembre (sauvignon) e inizio/metà ottobre (picolit). Due uve che fermentano separatamente per venir unite solamente nella primavera entrante: Eclisse.
Picolit è la Regina del Friuli, vitigno autoctono che ha come caratteristica la rarefazione degli acini per singolo grappolo, La Roncaia è invece il prodotto della terra di Nimis (nella foto), un paesino veramente da scoprire nella terra del calcare e dell’Italia che scende piano e dolcemente verso il sacro e insincero confine orientale.
Dieci gradi centigradi la temperatura di assaggio per questo “Eclissi” ed i suoi 13 gradi di alcol, colore giallo intenso con una sfumatura verde non sottile. Naso floreale, consistente ma elegante, note di frutta, pesca e poi vince il picolit. Dolce.
Assaggio con ingresso carico ma composto, persistente e leggermente grezzo, bello nella sua struttura, pungente e immodesto. E’ un duemilacinque ed ancora il suo tocco di acidità è vivace, presente, molto gradevole. Persistente.
Un vino non facile da capire, bello però per la presenza egregia dei suoi sapori a temperatura così bassa. Voglio sentirlo ancora questo Eclisse, voglio sentirlo più giovane, mi interessa sentire quel picolit così presente al naso…..
Calo io, scala quaranta, acc.. mi sono incartato….poco male…prosit
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domenica 15 agosto 2010

SARTORI CA' NOVA BARDOLINO CLASSICO DOC 2007: SENZA CEDERE ALLE MODE EFFIMERE


E’ un costante tentativo di questo blog stabilire frequentazioni fra il prodotto ed il suo territorio, qui è forte la convinzione che un prodotto così fortemente caratterizzabile come il vino sia naturale si faccia accompagnare dalla sua storia e dal suo terreno nonché dalla storia di chi ha calcato il suo terreno. Per alcuni questo concetto non è una convinzione ma è solo una miserina strategia di marketing per altri è invece una convinzione ed anche una strategia di marketing, nei due casi i risultati non sono nemmeno simili. Ho conosciuto Mr Sartori, lo ammetto, diverso tempo fa, è bello incontrare chi crede veramente in quello che fa e nella ineludibiltà del Terroir, chi coglie una convinzione e la fa diventare penetrazione di mercato, come dicono i Sartori ultima generazione “senza cedere alle mode effimere”.
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Il nome Sartori è voluto fortemente legato alla storia del vino a Verona, quattro generazioni a coltivar viti puntando sull’indissolubile legame con la città scaligera, il suo territorio e la sua tradizione. Il legame con Colognola è storia. Sartori è anche presenza costante nei massimo organismi e consorzi locali e nazionali, una produzione “total verona brand”: amarone, recioto, valpolicella, bardolino, lugana, custoza.
Ho assaggiato diverse loro produzioni ma non ne ho mai scritto qui perché per loro riservavo il mio consueto atteggiamento riservato ai “grandi” marchi: la lettura di una loro seconda linea.
Niente degustazione di amarone e recioto per il brand Sartori su questo blog, almeno per adesso, niente letture sulle loro più famose produzioni, piuttosto la ricerca appunto di una loro “seconda linea”, scommetto che loro direbbero non esserlo; ecco quindi l’assaggio di una loro produzione pur sempre veronese al cento per cento: ho trovato e mi piace scrivere di Sartori Ca’ Nova Bardolino Classico DOC 2007.
Sapore di vintage per questo bardolino: uvaggio 40% Corvina Veronese 40% Rondinella 20% Molinara. Il resto è una lavorazione dichiarata nella consuetudine, salvo i “ripetuti rimontaggi” che daranno i loro risultati nel bicchiere, qualche mese di acciaio, un altro paio di affinamento finale ed il podere Ca’ Nova ha dato il suo.
Scende nel bicchiere, colore delicatamente rubino, una cosa senza esagerare; subito al naso arrivano i consueti sentori di frutta rossa accompagnati però da una sottile vena affumicata, un tocco di fumo che rende il tutto molto intrigante. Assaggio decisamente più corposo del consueto bardolino, la scelta di un uvaggio “vintage” si fa sentire, rimane comunque un assaggio armonioso con leggera persistenza che non va sotto il primo palato. Finale di buona acidità. Un vino che può reggere la sfida con il tempo.
Nel complesso una bevuta più consistente rispetto al consuetudine di gamma, il Ca’Nova resta comunque all’interno della area “vinino” che di solito fregia positivamente questo prodotto del Garda veronese, ma in zona cesarini.
Un altro buon colpo sparato dai Sartori, una seconda linea di tutto rispetto? Uhm … forse non è una seconda linea. Ah Sartori! Ci rivediamo con l’Amarone allora.
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martedì 10 agosto 2010

UNA SERATA SUI COLLI EUGANEI: VINO DA EVENTO


L’occasione è quella di un evento mondano di fatto, un evento con tanto di ottima orchestra swing e tanta bella ggente (con due g) ma travestito da degustazione; una cosa estiva a metà tra la notte bianca e la notte in bianco nella comunque sempre splendida cornice di Villa Beatrice d’Este (nella foto a lato). E’ l’occasione per assaggiare ancora una quindicina di produttori vitivinicoli dei Colli Euganei, certi di questi più in linea con la serata vera che con quella proclamata di “degustazione” ma tant’è, lasciamo che a parlare siano le bottiglie. Alcune riflessioni, prima di una breve carrellata su alcune bottiglie, è però d’obbligo.
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Il vino dei Colli Euganei sarà in futuro una sorpresa per molti, nessuno per ora ci ha messo davvero “il naso” dentro; il mercato, quello vero, non sa ancora che qui ci sono produzioni molto interessanti. I produttori euganei del resto sono ancora troppo amici della loro solitudine e della imprenditorialità di base per tentare veramente il grande salto ed i loro consorzi dovrebbero recuperare la forza (che non hanno) per tentare qualche emulazione. Una delle cose che mi sconvolge delle produzioni euganee è la loro presenza zero o rasente zero sui new media, un esempio? Non mi ricordo un blog che parli di colli euganei e poi fb Twitter ecc ecc..
Posto il solito serprino per il resto le produzioni sono un po’ tutte troppo “cariche”, una generale ricerca di tannini e di struttura, una corsa al forte che più forte non si può e poi legno e tabacco, persino i bianchi (pinot) sono caricati; una produzione esageratamente tendente al muscoloso che alcuni raccontano come “caratteristica”, ricordo le parole di un produttore che spiegava orgoglioso il suo cabernet come “una cosa che si può scambiare per un brunello”.
Molti gli assaggi, fra la bella ggente stupita di vedere uno con il taccuino in mano e pure non abbronzato, di questi non riesco fare a meno di tacere i seguenti.
FATTORIA MONTE FASOLO - RUSTA Rosso DOC 2008 - 65% Merlot 20% Cabernet Sauvignon 15% Carmenere – Bellissimo il colore intenso rubino, naso interessante, molto aperto e decisamente compiuto con frutta rossa a volontà, prugna e leggermente erbaceo, molto gradevole. Ingresso stuzzicante con sapori sottotraccia, persistente senza strafare, sufficientemente equilibrato con tocco di gradevole acidità finale. Da provare.
CONTE EMO CAPODILISTA - IRENEO Cabernet Sauvignon DOC 2007 . Una bella ricerca ma forse presuntuosa, naso anche dolce in genere colpisce per essere il meno marcato segno che qualcosa di nuovo qui c’è, ingresso corto, subito forte, molto aggressivo ma con una sua generale eleganza che ne fa un assaggio particolare. Il 2007 forse è ancora troppo giovane, aspettare per credere.
CALLEGARO FRANCESCA TRE FRAZIONI – Una cosa davvero molto bella per questo esempio di barriques che rivela però un garbo ed una gentilezza inusuale. Profumi fruttati con molta ciliegia ed un punto di dolcetto vanigliato che lo rendono un vino da…..naso! Palato subito tanninico ed allappante ma non stanca anzi invoglia la bevuta, persistente senza stancare. Un vino rosso strutturato ma che anche se gli togli un grado di temperatura riesce a dire ancora la sua. Un vino che aspetta solo la buona annata, l’affinamento è forse al top e forse è anche il migliore assaggio della serata.
VIGNALTA PINOT BIANCO DOC 2008 Un bianco che si fa due mesi sui lieviti segno della ricercatezza che la cantina euganea continua a mettere nelle sue produzioni. Questo pinot bianco di colore giallo e di naso floreale e garbato riesce ad essere una cosa molto buona. L’assaggio è subito persistente e forte ma presto si esaurisce per lasciare spazio ad una ampiezza fuori dal comune. Interessante. Forse il miglior bianco della serata.

Arrivederci Colli Euganei.

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sabato 7 agosto 2010

LAMBRUSCO LUSVARDI PRIMA EDIZIONE : VINO ROSSO SPUMANTE BRUT


Accolto il quotato consiglio dell’Aristide mi sono recato, durante una delle tappe che alimentano la mia giornata quando è emiliana, a Molino di Gazzata di San Martino in Rio (città d'arte) in quel del dominio di Reggio Nell’Emilia. Toc toc alla villetta con vista su vitigni, mi hanno aperto e sono entrato.
Sono entrato si in una cantina di produzione ma anche nel regno della passione di questa famiglia per la loro vite, nel racconto della loro tradizione, nella voglia di dare un volto importante ad un vitigno figlio della più sana tradizione popolare: il lambrusco.
Lambrusco quale ? Cinquanta e cinquanta Salamino e Grasparossa, questa la ricetta della Cantina Lusvardi.
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Scontato e già inoltrato l’assaggio del loro rosè la serata con amici ha voluto in tavola in assaggio la elegante bottiglia del loro LAMBRUSCO BRUT ROSSO SPUMANTE, uno charmat davvero interessante.
Mi piace come scende nel bicchiere, una spuma gradevole e copiosa subito sopita che lascia posto ad un naso denso di aromi di vite, lampone, un naso anche vinoso ma non troppo.
Il colore, per una strana inversione delle attenzioni, arriva dopo: un vino viola, si decisamente viola, con riflessi granati. Bello.
Un sorso e si entra in densità di commenti; uno spumante subito stuzzichevole con longeva acidità e buona salinità, garbato il finale, non c’è volume nell’assaggio e persistenza non così densa come ci si immaginava, Lusvardi ci regala un lambrusco che esce dalla tradizione del lambrusco pieno e corpo per dare un tocco di eleganza al salamino ed alla grasparossa.
Sono certo qualcuno troverà questo Lusvardi fin troppo elegante e magari poco strutturato ma in questo vale per tutti il commento di Cinzia, una appassionata dalle cose buone che la vite ci da, che sorseggia più volte e ci lascia un caustico “la spumantizzazione ci ruba i sapori un po’ no?”. Non vale così eh ? Questo dovevo dirlo io, in effetti il naso è più denso del palato. Cinzia tester di prima fila.
Lusvardi è alla sua prima edizione, la seconda è la raccolta del duemiladieci, siamo appena partiti e già il risultato sembra molto buono. Voglio esserci anche per le prossime. Schèrpa cômda, bichîr pén E tôr al månd còmm al v én

giovedì 29 luglio 2010

TETIGISTI ACU : MICHELE SATTA BOLGHERI ROSSO DOC 2007


Partiamo dalla traduzione : hai colpito nel segno !! (letterale : con l’ago). Soggetto: Michele Satta.
Nota è la mia propensione per tutto ciò che vitiviteggia intorno a Bolgheri e quindi rimane in testa ai più come partigiana la ulteriore scelta sorseggiata e qui riassunta, fra latinismi e declamati motivi di soddisfazione.
La collezione di Michele Satta è conosciuta e citarla dicendo “collezione” invece di cantina non è una mia idea ma, repetitia juvant, se lo merita.
Avute davanti almeno tre sue diverse bottiglie decido di assaggiarlo aggirando i gradi di nobiltà e arrivo al suo Michele Satta Bolgheri Rosso DOC 2007.
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Il vino regala sensazioni, una cosa bella che solo la terra ti sa dare, quando il vino è così “vicino” alla terra accadono molte cose.
Il primo sorso di questo rosso di Castagneto mi ha infatti ricordato la musica, non una musica in particolare: la musica. Così mi sono ritrovato a pensare ad un amico, uno che per la musica (e per l’Inter, ahimè) ha una passione speciale, gli ho anche scritto una mail, ho avuto una idea e gli ho scritto, per ora cin cin a te caro amico e buone vacanze.
Passiamo al nostro rosso. Questo Bolgheri Rosso è semplicemente nobile nel gusto ma sentite un po’ la trafila che ha scelto per lui il Satta: “….raccolta manuale grappoli a perfetta maturazione…. fermentazioni senza aggiunta di lieviti artificiali,stando sulle bucce per almeno tre sett. Dopo 12 mesi di barriques il vino va in bottiglia senza filtratura e sosta in cantina per 6 mesi prima di essere venduto”.
Un uvaggio coraggioso: 30% Cabernet Sauvignon, 30% Sangiovese, 20% Merlot, 10%Syrah, 10% Teroldego
Rosso intenso , quasi cupo senza unghia evidente ai suoi lati, mora al naso in deliziosa e morbida evidenza, il finale della profumazione è sincera densità di tabacco bagnato.
Bel Bolgheri, gli faccio fare un giro, scorre nel bicchiere appena pesante.
Primo assaggio con ingresso delicato e subito dopo una discreta struttura di tannini che abbrevia la bevuta e scocca la scintilla che diventa una sensazione di persistenza media, garbata, elegante. Armonioso, morbido e ben tondo, questo vino regala una profonda sensazione di terra; piace come entra con garbatezza ed esce con il tocco di acidità dei vini che la sanno lunga. Tetigisti acu!
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domenica 25 luglio 2010

IO "VITTIMA" DEL CONSIGLIO GIUSTO : LA GARGANEGA DEL SISTO BIASIN


Di questa cosa mi sono piaciute molte cose. Partiamo dalla ispiratrice, Annalisa, ed arriviamo al produttore, Sisto Biasin. La cantina vicentina, esattamente Comune di Alonte appena sotto i Colli Berici, è: tradizione veneta, venti ettari, cabernet pinot e garganega in vite, sensibilità al collegamento con il territorio, un po’ di marketing (si può fare di più). Vediamo un po' cosa ne è nato.
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Sisto Biasin è il marchio che rileva il nome più palladiano dei tre fratelli Biasin o almeno così loro ce la raccontano, i venti ettari raccolgono le uve della tradizione, la loro web production ci tiene ad un intelligente forte collegamento con il territorio ma purtroppo non è aggiornatissima, vezzo tipico in Veneto di chi fa le cose bene senza crederci veramente fino in fondo. Il loro buon marketing crea comunque il loro nome ed anche quella piacevolissima e discreta denominazione sotto il brand ovvero “Your private emotion” che, sulla bottiglia che abbiamo assaggiato, diventa “Your white private emotion”. Bellino e già che ci siete finite il buon lavoro fatto.
La bottiglia l’ha scelta Annalisa , enotecaia decisa e decisiva, mentre io gigioneggiavo fra gli scaffali; mi è piaciuto quel dito puntato sul “vinino” del Biasin quasi a spregio di marchi altisonanti posizionati poco sopra e sotto l’etichetta vicentina, “questo è speciale”, dice l’Annalisa e allora vai con “Sisto Bianco – Garganega IGT 2009 – Bott 8/4000”.
Dodici gradi di alcol per la tipica garganenga vicentina di bassa quota ma con una marcia in più in questo caso: la morbidezza.
Bel giallo paglierino nel bicchiere ed un naso fiorito ampio e contemporaneamente garbato aprono la conoscenza del lavoro dei Biasin. E’ il naso la forza di questa garganenga del Sisto Bianco, la sua capacità di essere intensa eppur assolutamente gentile. Assaggio caldo con grande immediata apertura al palato, tocco di pizzico amaro sul finale di un assaggio moderatamente persistente nel gusto di fiori. Scorrevole e semplice questa garganega lascia una sensazione di leggerezza. Teperatura dei due assaggi qualificati qui a 11 e 14, questa produzione Sisto Biasin è apprezzabile ad entrambe le temperature.
Bella la cosa di voler suggerire e considerare “speciale” un vinino di fatto, di non fermarsi al taglio della prestigiosa etichetta o alla altisonanza del nome dell’uva di origine. Sono atteggiamenti importanti per la crescita ordinata del mercato vitivinicolo italiano che sempre di più dovrà arretrare di fronte alla quantità di consumo per attestarsi sulla tipicità.
Congratulazioni anche al Biasin di cui, confesso, avevo già assaggiato il Cabernet Sauvignon con l’invito di cui sopra: move your market..ing!
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mercoledì 21 luglio 2010

LE TRE CONFUSIONI DEL RUGBY ITALIANO......ED IL MIO POGGIOLO

Che faccio m’indigno? Iro o ironizzo?
Scendo lentamente e di malavoglia dal favoloso poggiolo che mi ha regalato la partita di sabato scorso fra All Blacks e Springboks; un poggiolo fatto di gioco, fantasia, tenacia, rugby! Penso al modello Italia (con allenatore sudafricano): che faccio m’indigno? Iro o ironizzo?
Scendo dal poggiolo dicevo e mi tuffo nelle tre confusioni italiche, le tre bugie chiamate “verità”, wow che disastro: vediamo allora le tre confusioni
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Prima confusione: Destroy a dream

Le due “franchige” celtiche si palesano per quello che sono, Viadana e Treviso. Punto e basta.
Niente lega lombarda e lega veneta (detta così a qualcuno sarebbe piaciuta anche per motivi altri), niente tradizioni al comando, solo due team che si sono tolti dal marasma italiano e giocheranno a rugby con il resto d’Europa. Saccheggiati i vivai e gli spogliatoi delle altre italiane Viadana e Treviso costruiscono solo la loro strada. Al momento nessun segnale è pervenuto che giustifichi il fatto che quello che fanno lo stanno facendo con i soldi “federali” di tutti.
Vedremo del bel rugby ? Credo di si, di questo forse non ce ne pentiremo anche se dire “vedremo” è un parolone visto che ad oggi nessuno vuole i diritti televisivi delle partite. Viadana e Treviso sole sul tetto d’Europa. Viadana almeno ci ha provato a fare "qualcosa" di diverso, ha cambiato nome (Aironi) e colori sociali, a Treviso prevale per ora la spocchia tipica. Chi pensava di avere con la Benetton il Veneto sul tetto d’Europa è deluso. Ci è andata solo Treviso. Per ora è così, quelli intorno sono solo pollai e ricoveri, quando va bene sono “filiali trevigiane”.
“Coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba”. (Louis de Saint-Just)

Seconda confusione: la bancarotta
Le altre rimaste a comporre la “massima serie” del rugby italiano (chiamarla “eccellenza” è a rischio di denuncia) sono quasi tutte sull’orlo del disastro economico ed il campioanto è di la da venire. Dispiace dirlo e qui c’è poco da ironizzare. L’Aquila è ko, non paga nulla da tempo tanto meno i giocatori e non ha fatto campagna acquisti. Le due Parma hanno realizzato fusioni ed incorporazioni con altre locali (Noceto e Colorno) generando i Crociati e GranDucato, una operazione cancella-debiti e ammazza budget non ancora terminata. In Veneto la situazione è difficile, Venezia non sta sulle sue gambe, Rovigo ha cambiato nome per dimenticarsi i debiti (affidati a Pantalone?) e a Padova il maggior vanto che gira è “il taglio del budget” ma anche li sono preoccupazioni solide. Mogliano? E’ altra storia, troppo vicini a Treviso. Roma è iscritta al campionato sub-judice causa debiti non pagati.
Cioè..’nsoma…volete raccontarmi che la Federazione quando si è messa a pagare fior di milioni per mandare le due elette in Celtic League non sapeva che il resto del campionato era già distrutto? Qui va a gambe all’aria tutto il rugby italico e stiamo li guardare il pelo nell’uovo nella tazzina di Munari?
“Se pensi che a nessuno interessa se sei vivo, prova a saltare i pagamenti di un paio di rate dell’auto” (Earl Wilson)

Terza confusione: la Nazionale di lingua straniera.
La Nazionale di rugby parla sempre meno la nostra lingua, Mallett cerca ovunque e con ansia tranne che a casa, a casa nostra intendo perché potesse farebbe la nazionale italiana con tutti sudafricani !! Cognomi improbabili, sudafricani, polacchi, tedeschi, francesi…magari anche ostrogoti vengono proposti per la nostra Nazionale di rugby sempre più fatta da giocatori poco convinti di essere veramente tricolori. Con Mallett il rugby in Italia non ha fatto un passo avanti che sia uno, a lui niente dobbiamo su questo fronte. La nostra Nazionale anche e soprattutto per le linee strategiche mallettiane (fisicità in primis) ha sempre meno a che fare con la nostra terra e sempre di più è accomunabile ad una Rappresentativa. Dopo il mondiale 2011 Mallett se ne andrà. Chissà cosa rimarrà del rugby per quel tempo.
“Ciascuno chiama idee chiare quelle che hanno lo stesso grado di confusione delle sue” (Marcel Proust)

Fa caldo, la confusione aumenta la calura, toglie ossigeno, incentiva gli svenimenti. La detesto anche per questo. La Federazione Rugby ed il movimento del rugby sono allo sbando, lo vedono tutti, lo sanno tutti. Dondi e relativi però no: tutto secondo i piani prestabiliti, tutto bene.
Ve li regalo, loro e i loro piani, i loro primi secondi e terzi piani; ciao, torno sul poggiolo.

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mercoledì 14 luglio 2010

CHIUDE (FORSE) IL BLOG DI ZILIANI: IL MONDO BLOGGER SI INTERROGA, SU SE STESSO.


Non condividevo ma lo leggevo, non mi piacevano tanti passaggi ma lo leggevo, ci avevo pure litigato ma lo leggevo. Vino al Vino, il blog del noto giornalista del vino Franco Ziliani, chiude o meglio, come dice lui stesso nel post di commiato : “Vino al Vino si congeda, non ho ancora deciso se provvisoriamente o definitivamente, dai propri lettori. E’ un momento molto particolare quello che sto vivendo, in cui ho bisogno di fare chiarezza in me stesso, di capire molte cose…..”. Il tono del post di “forse addio” è amaro, profondo, legato.
La cosa non mi piace per nulla, a questo mondo del vino ora manca un pezzo e così qualcosa non funziona. Mi auguro che Franco Ziliani risolva al meglio i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue situazioni e torni a farmi ….’zare al solo sfogliare delle sue righe.
Il commiato del suo Blog ha ricevuto centinaia di saluti, inviti a ripensarci e via così ma fra quelli che ho letto ho notato che il commiato di Vino al Vino ha generato una serie di riflessioni su scopi e motivi di fare blog e wine-blog, un tentativo di capire qualcosa di più anche da parte di chi il proprio blog non ha alcuna intenzione di spegnerlo. Mi sono così risultati interessanti alcuni passaggi che voglio riportare qui, una sintesi molto personale ma indicativa di come nel mondo wine-blog ci sia un rammarico latente che la chiusura di Vino al Vino ha fatto emergere prepotentemente.
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Aepicurus sull’argomento lascia questo segno sul suo blog : “Viviamo una realtà da basso impero, dedita all'apparire, dominata dall'ipocrisia, ove sembra che la parola d'ordine sia di "nascondere la polvere sotto il tappeto. Siamo in tanti che invece il tappeto lo scostano e lo scuotono, chi in un modo chi in un altro, ma tutti con lo stesso scopo: dire le cose come stanno, indipendenti e trasparenti.” Vogliamo meditarci? Allora è questa la funzione di un wine-blogger? Sembra essere d’accordo Andrea Petrini che, sempre parlando della scelta di Ziliani sul suo Percorsi di Vino dice “…una voce libera su internet cesserà di gridare…” Internet rende liberi? Il celeberrimo Luciano Pignataro forse annuisce, salutando il Franco Tiratore, dice :” …la critica enologica non può più prescindere dal web e molti vini sono diventati famosi anche se ignorati nelle valutazioni del cartaceo….una situazione del tutto nuova, maturata a partire dal 2005, che ci ha spinto a considerare come nel vino sia internet a dettare le regole mentre nel food è costretto ancora subirle..” e poi ancora più interessante questa riflessione:” I blog, inutile nasconderselo, attraversano un momento di stanchezza, insidiati dai Social Network, ma anche dall’essere soprattutto il risultato di lavoro volontario non retribuito, richiedono impegno e dedizione quotidiana. Per questo sono indispensabili segnavento di come butta in giro.”
L’affondo definitivo alla questione lo da Aristide sul suo blog dove, salutando “l’antipatico” Ziliani entra nel vivo della considerazione di Pignataro e “approfitta” dell’evento per porsi e porre una prima domanda:”… questa grande applicazione di tempo ed energie - ovvero lo scrivere su Internet e interagire col pubblico - serve a cambiare qualcosa nel mondo del vino italiano?” Aristide compila un post interrogativo nel quale alla prima citata seguono altre diciotto domande introspettive su perché si debba stare in rete a scrivere di vino. Alle domande seguono anche autorevoli commenti, andateveli a leggere, fra cui proprio quello di Ziliani.
Diciannove domande nessuna vera risposta, ecco il problema.
Ci rifletterò a lungo ma su una cosa non ho dubbi: fare blog non è un questione di libertà, fare wine-blog può essere una proiezione di se stessi o del mercato che si rappresenta. Nel primo caso parla un consumatore o poco più, nel secondo parla un professionista del vino. Le diciannove risposte paiono servire solo ai secondi: la crisi è davvero profonda. Ha ragione Franco Ziliani.
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